Terremoto 2016, dieci anni dopo: tra ritardi burocratici e voglia di rinascere.

10° anniversario terremoto del centro Italia 2016-2026

di Redazione

A dieci anni dal sisma del 24 agosto 2016 che ha sconvolto il centro Italia, sarebbe inesatto sostenere che non sia stato fatto nulla. La ricostruzione è avanzata e negli ultimi anni ha registrato una significativa accelerazione. Oltre al ricordo delle 299 vittime, soprattutto di Amatrice, di Pescara del Tronto ed Arquata, questo decennale impone una domanda: perché è stato necessario attendere così tanto per imprimere alla ricostruzione il ritmo che la gravità dell’emergenza richiedeva? Le dimensioni eccezionali della distruzione spiegano certamente una parte dei ritardi. Non spiegano, tuttavia, le difficoltà prodotte da una macchina burocratica italica inizialmente troppo rigida e poco adeguata alla straordinarietà dell’evento. La disciplina organica della ricostruzione privata degli edifici gravemente danneggiati arrivò nell’aprile 2017, quasi otto mesi dopo il sisma; il primo programma delle opere pubbliche nel settembre dello stesso anno. Nel frattempo cittadini, professionisti e amministrazioni dovettero confrontarsi con un quadro normativo in continua evoluzione. A pesare fu anche la frammentazione delle competenze tra Comuni, Regioni, Uffici speciali, struttura commissariale, ministeri e soprintendenze. Già nel 2018, con l’ordinanza 62, fu necessario intervenire per semplificare le procedure e ridurre duplicazioni e sovrapposizioni. Un segnale evidente di una macchina amministrativa che aveva bisogno di essere corretta mentre avrebbe già dovuto funzionare a pieno regime. I controlli erano e rimangono indispensabili: legalità, sicurezza, trasparenza e tutela del patrimonio non possono essere sacrificate alla velocità. Ma legalità e rapidità non sono incompatibili. Il problema nasce quando il controllo diventa duplicazione e il rispetto formale dei passaggi prevale sul risultato. Perché dietro una pratica ferma per anni non c’è soltanto un fascicolo legale: c’è una casa che non viene ricostruita e una famiglia che non può tornare. Anche i piccoli comuni dell’Appennino, spesso dotati di organici ridotti, si sono trovati a gestire una delle operazioni amministrative e urbanistiche più complesse del Paese. Ancora più difficile è risultata la ricostruzione dei centri storici, delle opere pubbliche, delle chiese e dei beni culturali. Le procedure realmente straordinarie sono maturate soprattutto negli anni successivi. Per Amatrice, l’ordinanza speciale per il centro storico è del maggio 2021, quasi cinque anni dopo il terremoto; quella relativa alle frazioni arriva alla fine del 2022, oltre sei anni dopo. Parallelamente sono stati rafforzati gli uffici e introdotte procedure più snelle, contribuendo all’accelerazione oggi visibile. Da qui una domanda inevitabile: se dal 2021-2022 è stato possibile semplificare e accelerare, perché una macchina realmente straordinaria non è stata predisposta già nel 2016-2017? Non si tratta di attribuire responsabilità a un singolo governo o commissario ma di riflettere. Il problema riguarda piuttosto una cultura burocratica che nel nostro paese pesa oltre misura e che troppo spesso confonde la prudenza con l’immobilismo e la garanzia con la moltiplicazione degli adempimenti. Resta poi il nodo dello spopolamento. Molte frazioni difficilmente recupereranno la popolazione precedente al sisma. I bambini e gli adolescenti che nel 2016 hanno lasciato la montagna e che in questi dieci anni hanno studiato, lavorato e costruito nuove relazioni lungo la costa o altrove difficilmente torneranno stabilmente nei paesi d’origine. Dieci anni, per una giovane generazione, sono sufficienti per costruire altrove il proprio futuro. Questo non significa considerare inevitabile l’abbandono della montagna. La ricostruzione deve accompagnarsi a una vera politica di ripopolamento delle aree interne, attraverso servizi, infrastrutture, lavoro e qualità della vita. Recuperare la dimensione del paese non significa regredire o rifugiarsi nostalgicamente nel passato, ma riscoprire una misura più umana dell’abitare, della prossimità e delle relazioni, integrandola con le opportunità della contemporaneità. A dieci anni dal terremoto, la lezione è chiara: ricostruire non significa soltanto rialzare edifici, ma creare le condizioni perché una comunità possa continuare ad esistere. La sfida ora è trasformare la ricostruzione materiale in rinascita sociale, perché un territorio ferito possa tornare non soltanto ad essere abitato, ma ad essere scelto come luogo nel quale vivere.

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