Una comunità stretta dal dolore e dalla speranza
di Maddalena Ricci
Ieri, 24 agosto 2026, Giorgia Meloni, in qualità di Presidente del Consiglio, si è recata ad Amatrice per il decimo anniversario del terribile terremoto che devastò l’Appennino centrale lo stesso giorno del 2016. Qui, ad accoglierla con sentiti applausi, dopo i saluti ufficiali da parte delle autorità locali, un gruppo di cittadini radunati nel Parco Don Minozzi. Un anziano signore, visibilmente commosso, cerca con gioia di avvicinarsi alla premier, la bacia più volte, la ringrazia e la saluta con: “Che Dio vi benedica!”. Dalla reazione dell’anziano, si percepisce, seppur non ostentata, tutta la sofferenza non solo di un uomo, ma di un’intera comunità che ha visto il proprio paese e le proprie case ma anche intere vite, distrutte dalla violenta scossa di magnitudo 6.0 delle 3.36 del giorno di San Bartolomeo di quell’anno.Lo sciame sismico conseguente colpí duramente e con tremendi esiti, ulteriori comuni di Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. La popolazione di Amatrice, cosí come quella di tutti i paesi coinvolti, ricorda ancora molto bene quella terribile notte. Il campanile della città retina, divenuto poi simbolo del tragico evento, è ancora in piedi con le lancette ferme fra le 3:36 e le 3:37. Tutto sembra essersi fermato lí, centinaia di vite spezzate in una manciata di secondi: le vittime furono, in tutto,299, di cui 237 proprio ad Amatrice. “È un dramma, il paese non c’è più”, furono queste le prime parole del sindaco di allora, Sergio Pirozzi, subito dopo l’orribile fatto. Molti si saranno chiesti il perchè, che senso abbia avuto tutto ciò e forse non conosciamo la risposta. Ma oltre al dolore per la morte delle vittime, c’è la speranza, la vita dei sopravvissuti, la gioia di quanti furono estratti vivi dalle macerie. Ritengo che questi eventi, seppur drammatici, ci ricordino che la vita, con ogni gesto, ogni incontro, è un dono prezioso e come tale, va, fin quando ci è dato, custodito con cura. Tali drammi ci dovrebbero spingere a guardare alle nostre esistenze non come qualcosa di eterno e illimitato, come spesso qualcuno fa l’errore di credere, soprattutto i giovani (ma non solo). Questi eventi dovrebbero portare a capire che non bisogna concentrarci sulla materialità, sui soldi, sul consumo, sui numeri, su noi stessi, sul nostro corpo, come troppo frequentemente ci viene indotto o richiesto di fare nella società moderna, poichè tutto ciò, inutile dire il contrario, non rimarrà e potrebbe trasformarsi in pochi secondi, come è accaduto ad Amatrice, in polvere e macerie. Il punto è che probabilmente questo già lo sappiamo, ma ce ne dimentichiamo oppure non vogliamo pensarci perchè troppo scomodo. Ecco, allora, forse, proprio la drammaticità degli eventi, oltre al dolore che inevitabilmente porta con sè, ci aiuta e, in qualche modo, ci costringe a ricordarci proprio di ciò.