La pace non è soltanto l’assenza della guerra: è il luogo in cui l’uomo ritrova se stesso
Di Maria Ricci e Francesco Lupelli
Parte 2
Possiamo affermare che non esiste piena umanità laddove non esiste pace. Dove prevale la guerra, infatti, l’uomo smette progressivamente di riconoscere nell’altro una persona e finisce per vederlo come un nemico o un ostacolo. Talvolta il forestiero non era considerato pienamente una persona, ma un estraneo, qualcuno escluso dalla comunità morale. È proprio in questa esclusione che prende forma il primo germe della guerra. Quando l’altro smette di essere riconosciuto come uomo, diventa più facile privarlo della sua dignità. Homo homini lupus: è questo lo stato di natura che si realizza quando si rinuncia alla naturale apertura verso l’altro e ci si lascia sopraffare dall’egoismo più profondo.
Eppure, la guerra accompagna l’umanità fin dalle sue origini. Prima come lotta per la sopravvivenza contro una natura ostile, poi come conflitto per il controllo di terre, risorse e potere, essa ha assunto nel tempo forme sempre nuove. Oggi la guerra non si manifesta soltanto sul campo di battaglia: può essere economica, politica, culturale o sociale. Cambia volto, ma produce sempre lo stesso effetto: allontana l’uomo dalla propria umanità.
Più di duemila anni fa, Diogene percorreva le strade di Atene con una lanterna accesa in pieno giorno. A chi gli chiedeva il motivo di quel gesto apparentemente assurdo, rispondeva semplicemente: “Cerco un uomo”. Quanto sarebbe stato difficile trovarlo nel XX secolo, tra il frastuono delle sirene antiaeree, le lunghe e concitate preghiere nei rifugi, gli scoppi delle bombe e dei cannoni, il rombo incessante dei motori, le voci contrastanti che si rincorrevano alla radio e l’orrore della Shoah. Come ammoniva Primo Levi al termine della poesia che apre Se questo è un uomo: “Meditate che questo è stato”.
Oggi assistiamo, invece, a quella che Papa Francesco ha definito una “terza guerra mondiale a pezzi”, un conflitto frammentato che si consuma in molte parti del mondo e che continua ad alimentarsi anche attraverso gli interessi economici e il redditizio mercato delle armi.
Esiste poi una guerra silenziosa, quotidiana: la “maestra violenta”, di cui parlava Tucidide, che non abita solo nei trattati di storia, ma si nasconde e guida le relazioni, i comportamenti e i modi di pensare ancora oggi. Come osservava Simone Weil, è una forza “cieca” che trasforma l’uomo, sia quando la esercita sia quando la subisce, in una “cosa”. Questa realtà è conosciuta da molti di noi e spesso nasce tra le mura domestiche. La famiglia è la prima palestra di vita, il luogo in cui impariamo ad amare, a fidarci, a crescere, a passare dalla dimensione dell’io a quella del noi; ma può diventare anche il primo campo di battaglia, dove si consumano i conflitti più intimi, si formano talvolta le ferite più profonde e, nel bene e nel male, si forgia il nostro carattere. Anche qui Papa Francesco ci mette in guardia da quella che definisce la “guerra fredda del giorno dopo”: il silenzio e il rancore che seguono un litigio sono pericolosissimi. Per questo è forte l’esortazione ad abbattere le barriere del proprio orgoglio, ad avere sempre fretta di fare la pace e di chiedere scusa, senza lasciare che una giornata si concluda prima di essersi riconciliati.
Forse mettere davvero al centro l’uomo significa proprio questo: riconoscere nell’altro un essere umano prima ancora che un avversario, uno straniero o un diverso. Come scriveva I. Kant: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia nella persona di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”. È questa consapevolezza, maturata nella coscienza universale dopo le tragedie del Novecento e consacrata nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, che oggi siamo chiamati a custodire. Perché mettere l’uomo al centro non è uno slogan, ma il presupposto stesso della pace.