Rubrica: L’uomo e la “tecnica”

​Heidegger e la tecnica: quando anche l’uomo diventa merce​

di don Francesco Mangani

Papa Leone nella Magnifica Humanitas ci presenta con estrema chiarezza il problema della “tecnica” nell’attuale situazione storica. Al n.171 dell’Enciclica afferma :”la tecnica resti al servizio della persona e non diventi una forma di dominio delle coscienze”. Pertanto con questa nuova rubrica cercheremo di approfondire alcune grandi questioni legate alla tecnica, confrontandoci con il pensiero di filosofi e pensatori del passato che, con sorprendente lucidità, hanno anticipato molti interrogativi del nostro presente.​

Nel 1953 Martin Heidegger pubblica La questione della tecnica (Die Frage nach der Technik), uno dei testi più penetranti della filosofia del Novecento. La sua tesi è radicale: «l’essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico». Il problema, dunque, non sono semplicemente le macchine, ma il modo di pensare che attraverso di esse progressivamente si impone.​Per Heidegger la tecnica moderna costituisce una particolare modalità di disvelamento del reale, che segna una frattura profonda con il passato. Se l’antica téchne — il sapere dell’artigiano o dell’artista — si limitava ad assecondare la natura lasciandola emergere con rispetto, la tecnica moderna la provoca affinché produca, fornisca e renda disponibili le proprie energie. La natura non viene più contemplata o abitata in maniera naturale: il fiume diventa potenziale idroelettrico, la terra deposito di materie prime, il bosco quantità di legname. Ogni realtà tende così a essere svelata e valutata solo secondo la sua utilità, la possibilità economica, l’efficienza e la disponibilità.​Heidegger chiama Gestell — «impianto», «in-quadramento» — questa logica strutturale che dispone il mondo intero affinché possa essere calcolato, organizzato e sottomesso al controllo. Ciò che esiste cessa di essere considerato nella sua essenza e diventa Bestand, ossia «fondo disponibile», pura riserva pronta all’impiego, potenziale da capitalizzare.​Ed è qui che Heidegger sembra anticipare inquietantemente il nostro presente. La medesima logica che trasforma la natura in risorsa finisce infatti per investire l’uomo stesso. L’uomo-massa diventa contemporaneamente consumatore e merce: crede di servirsi dell’apparato tecnico mentre, sempre più spesso, è egli stesso utilizzato, classificato, profilato e trasformato in dato. La sua attenzione, le sue preferenze, le sue relazioni e perfino i suoi desideri acquistano un valore economico. Non consumiamo soltanto prodotti: dentro determinati sistemi tecnologici, siamo noi stessi a diventare il prodotto finale. Non a caso, oggi si parla sempre più frequentemente di «capitale umano»: un’espressione che, pur nata nel linguaggio economico, sembra confermare ciò che Heidegger aveva già intuito, ossia il rischio che l’uomo stesso venga progressivamente ricondotto alla logica dell’apparato tecnico, pensato come risorsa disponibile, misurabile e produttiva, il cui valore finisce per coincidere con la sua capacità di generare efficienza e profitto.​ Pertanto il vero pericolo individuato da Heidegger, non è semplicemente il fatto che la macchina potrebbe prendere il sopravvento sull’uomo, ma l’uomo che finisce per comprendere se stesso esclusivamente secondo la logica della macchina. La tecnica diventa devastante quando l’efficienza, il calcolo, il profitto e l’utilità pretendono di configurarsi come gli unici criteri validi per interpretare la realtà.​Heidegger non invita tuttavia a un sterile rifiuto del progresso. Chiede qualcosa di più complesso: l’esercizio della Gelassenheit, una posizione di “serenità” e distacco che ci permetta di instaurare con la tecnologia un rapporto libero. Significa usare gli strumenti tecnici senza lasciarsi possedere da essi, ricordando che il calcolabile non esaurisce la totalità del reale e che il valore di ciò che esiste — soprattutto di una persona — non coincide mai con la sua mera utilità.​Nell’epoca degli algoritmi pervasivi e dell’intelligenza artificiale, la domanda heideggeriana diventa allora drammaticamente attuale: non soltanto che cosa può fare la tecnica per l’uomo, ma che cosa sta facendo la tecnica dell’uomo.​Heidegger aveva intravisto la deriva di una “dittatura” della tecnica. Nel momento in cui l’uomo viene trattato come merce, il problema della tecnica cessa di essere una questione tecnologica per rivelarsi, in tutta la sua urgenza, un dilemma antropologico, sociale e politico; purtroppo ne stiamo toccando con mano le prime conseguenze.

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