Un esempio chiaro e luminoso di coerenza tra vita, diritto e fede
di Ascenza Mancini
San Tommaso d’Aquino nel commento alla Lettera ai Romani, scrive che “muore per Cristo non soltanto chi è ucciso a motivo della fede in Lui, ma anche chi è ucciso per qualsiasi opera di giustizia compiuta per amore di Cristo” (Super Romanos, VIII, 7). Con queste parole possiamo definire la breve vita di Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre 1990, da un commando mafioso mentre si recava con la sua utilitaria, una vecchia Ford Fiesta rosso-amaranto, in tribunale ad Agrigento. Quello era un giorno particolare perché il Tribunale doveva decidere le misure di prevenzione da adottare nei confronti dei boss mafiosi di Palma di Montechiaro. Nato a Canicattì il 3 ottobre del 1952 dal papà di Vincenzo e dalla mamma Rosalia Corbo aveva, dopo aver frequentato il liceo classico, deciso di intraprendere la carriera di giudice. Nel 1978, a 26 anni, può coronare il suo sogno. Sulla propria agenda quel giorno scrive con la penna rossa, in bella evidenza: “Ho prestato giuramento; da oggi sono in Magistratura”. E poi, a matita, aggiunge: “Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige”. In una conferenza tenuta a Canicattì nell’aprile 1986, Livatino affermò che fede e diritto sono due realtà “continuamente interdipendenti fra loro, sono continuamente in reciproco contatto, quotidianamente sottoposte ad un confronto a volte armonioso, a volte lacerante, ma sempre vitale, sempre indispensabile”. Rosario aveva ricevuto e respirato la fede in primis dai suoi genitori e l’aveva alimentata con la preghiera e i sacramenti: ogni mattina prima di iniziare la sua giornata lavorativa si fermava a pregare nella chiesa di San Giuseppe, vicina al tribunale. S.T.D. è la sigla che troviamo nella sua tesi di laurea e nelle sue agende e vuole significare SUB TUTELA DEI, formula di invocazione usata in età medievale per chiedere l’assistenza divina in certi uffici pubblici. Questa preghiera non fu qualcosa di formale ma la lente d’ingrandimento attraverso la quale viveva le sue giornate. Tra i suoi appunti aveva anche scritto: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili” proprio ad indicare la profonda coerenza tra la fede e la vita. Era timido, riservato, non voleva visibilità, ma nascondeva una forza interiore nutrita di fede e di profondo senso del dovere. Non accettò mai la scorta: “Non voglio che altri padri di famiglia debbano pagare a causa mia” diceva. Il 21 settembre scorso abbiamo ricordato 36 anni dalla morte, facendo memoria del suo esempio indiscusso di fedeltà al Bene, al Vero, al Buono e al Bello perché in lui si sono incarnati la pratica della giustizia, dell’equità e della suprema carità. Per questo oggi lo ricordiamo come martire della fede, astro splendente in cui appare evidente che non ci fu alcuna dicotomia tra l’uomo, il magistrato e il cristiano
Egregiamente scritto dalla prof. Ascenza Mancini, illustra come diritto e fede non sono disgiunti ma al contrario. Se molti capi di stato adottassero questa filosofia a mia modesto parere non ci sarebbero tante incoerenze.