Sempre più Stati si muovono per vietare l’accesso ai social ai minori: una risposta ai rischi dell’uso eccessivo e alla necessità di proteggere la crescita emotiva e relazionale.
di Redazione
La scelta di diversi Stati di limitare l’accesso dei minori ai social segnala una crescente preoccupazione educativa. Australia, Indonesia e Malaysia hanno introdotto restrizioni sotto i sedici anni; la Turchia ha approvato il limite dei quindici, mentre la Grecia ne prevede l’applicazione dal gennaio 2027. Le motivazioni comprendono la protezione dai contenuti dannosi, dal cyberbullismo e dai meccanismi di dipendenza, insieme alla tutela dello sviluppo psicologico. La questione investe anche la maturazione dell’interiorità. Nell’infanzia, il gioco, l’immaginazione e il racconto permettono di elaborare simbolicamente l’esperienza: attraverso queste attività il bambino impara a riconoscersi, a dare significato alle emozioni e a costruire la propria personalità. Un’esposizione precoce e pervasiva agli schermi può sottrarre spazio a tali esperienze, impoverendo l’approccio comunicativo con’altro, atrofizzando l’esercizio creativo e la capacità simbologenica, fondamentale per la maturazione dell’apprendimento emotivo. Studi longitudinali hanno individuato associazioni tra uso dei dispositivi e i relativi danni che essi comportano, e le conseguenti difficoltà nella regolazione delle emozioni in fase adolescenziale; fattori importanti che tuttavia sono da considerare sempre all’interno di un quadro complesso dello sviluppo psicologico. Quello che invece è ancor più evidente è, in questa prospettiva, il rifugio nei social da parte delle nuove generazioni (ma non solo), anche come una strategia difensiva. Quando diventa difficile comprendere e modulare i propri stati d’animo, l’incontro con l’altro può essere percepito come un’invasione di un equilibrio fragile, una minaccia all’io ipertrofico chiuso nel piccolo mondo delle proprie emozioni oscillanti. Barricarsi dietro uno schermo, isolarsi attraverso le cuffie o sottrarsi al dialogo possono allora esprimere il tentativo di evitare un coinvolgimento emotivo faticoso. La chiusura protegge momentaneamente, ma rischia di ridurre ulteriormente le occasioni per sviluppare le capacità relazionali e comunicative. L’impoverimento del linguaggio e dei riferimenti culturali e valoriali può aggravare questa fragilità: avere meno parole e meno strumenti interpretativi significa anche incontrare maggiori difficoltà nel raccontare ciò che si vive. L’assenza poi di interessi culturali, di ideali, in un appiattimento spesso alimentato dal basso livello del mondo mediatico, aggrava ancor di più il vuoto esistenziale in maniera grave e preoccupante. Il problema educativo riguarda dunque fornire strumenti e possibilità per maturare una vita interiore capace di esprimersi, di accogliere l’altro ed elaborare una propria prospettiva esistenziale. Proteggere l’infanzia significa restituirle tempo per immaginare, comprendere e comunicare. Ci auguriamo che si ponga presto un argine all’accesso precoce ai social anche in Italia, vietandone l’uso fino a un’età adeguata alla maturazione affettiva e relazionale. E’ fondamentale che si riparta dalla persona, dall’incontro con l’altro, restituendo centralità al gioco creativo, all’elaborazione simbolica, alla parola, all’ascolto empatico: esperienze che la riflessione pedagogica riconosce come necessarie; proteggere questo tempo della crescita significa custodire la possibilità di comprendere se stessi, per entrare in relazione con gli altri e costruire un futuro comune.