Quale consapevolezza di sé in età infantile?
Di Ascenza Mancini
È recente il documento promosso dalla Società Italiana Pediatria e dall’Associazione Culturale Pediatri dal titolo “Oltre lo sguardo” una guida dedicata all’identità di genere e all’orientamento affettivo e sessuale nei percorsi di cura pediatrici. La guida mette in luce come molti bambini subiscano discriminazioni in famiglia, a scuola e anche nei servizi sanitari ed esse incidano sul loro benessere psicologico. Nella prefazione infatti si afferma: “Per questo motivo diventa sempre più importante che i professionisti della salute, e in particolare i pediatri, dispongano di strumenti conoscitivi e relazionali adeguati a offrire un’assistenza competente, rispettosa e inclusiva” e alla fine della stessa prefazione si legge: “La guida si propone quindi non solo come uno strumento informativo, ma anche come un invito a riflettere sul valore dell’accoglienza nei contesti sanitari. Garantire un ambiente di cura inclusivo significa contribuire in modo concreto alla tutela della salute e allo sviluppo armonico di tutti i bambini, le bambine e le/gli adolescenti, indipendentemente dalla loro identità o dalla composizione della loro famiglia. In questo senso, “Oltre lo sguardo” rappresenta un passo importante verso una pediatria sempre più attenta alla complessità e impegnata a promuovere equità, rispetto e benessere”. Oltre a spiegare e a distinguere i termini inerenti l’identità di genere nel loro specifico significato, lo scritto propone ai pediatri dei consigli pratici come ad esempio rendere l’ambulatorio accogliente con materiale informativo, utilizzare un linguaggio neutro e aperto per facilitare eventuali coming out, offrire ascolto e supporto nell’esplorazione della propria identità sessuale. Viene indicato anche il modo in cui l’ambulatorio pediatrico debba essere organizzato per “far sentire bambini/adolescenti e famiglie “visti” e benvenuti prima ancora di iniziare il colloquio. Segnali di accoglienza: es. vetrofania o poster che indichi l’ambulatorio come “spazio sicuro” (es. logo con arcobaleno o messaggio: “In questo ambulatorio ogni famiglia e ogni identità è accolta”). Materiale informativo: disponibilità in ambulatorio di brochure/ libri per bambini che rappresentino diverse tipologie di famiglie (incluse omogenitoriali) e la diversità di genere. Servizi igienici: bagno neutro rispetto al genere o indicazione che l’accesso è libero per tutti”. La cosa sconcertante è che all’interno sono riportate due storie di cui una di un bambino di tre anni, Alan, che chiede di essere chiamato Anna e per superare, nella scuola primaria, le criticità legate all’uso del nome anagrafico, del grembiule e dei bagni, il pediatra propone di attivare la carriera alias cioè il profilo amministrativo scolastico che consente l’uso del nome elettivo. La domanda è: può un bambino o una bambina di tre anni essere consapevole della sua identità sessuale? Mi viene in mente l’episodio della Monaca di Monza riportato da Manzoni nel capitolo 9 dei Promessi Sposi: “Quando venne alla luce, il principe suo padre, volendo darle un nome che risvegliasse immediatamente l’idea del chiostro e che fosse stato portato da una Santa d’alti natali la chiamò Gertrude. Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diede in mano; poi santini che rappresentavano monache; e que’ regali era sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto; come cosa preziosa e con quell’ interrogare affermativo: – Bello eh?-”. Come per la monaca di Monza è stata una forzatura intraprendere a 6 anni la strada del monastero, condizionata dalle mille sollecitazioni impostele dal contesto in cui viveva, mi e vi chiedo se fosse ugualmente un condizionamento far intraprendere a un bambino di 6 anni certamente ancora non pienamente consapevole di sè la carriera alias