A ottocento anni dalla morte le diocesi picene ripropongono i luoghi che videro la presenza di San Francesco nel 1215 e i frutti che essa portò.
di Francesco Mangani

(Programma dei Cammini Francescani nel Piceno)
C’è un’immagine, custodita nel cuore antico di Ascoli Piceno, che sembra racchiudere simbolicamente l’intera storia francescana della città. Nella chiesa di San Gregorio Magno, sorta inglobando le strutture di un antico tempio romano, un affresco medievale raffigura san Francesco mentre predica agli uccelli. L’opera, generalmente datata tra XIII e XIV secolo, probabilmente è la più antica dell’iconografia francescana ascolana. La coincidenza è particolarmente suggestiva perché proprio alla predica agli uccelli Tommaso da Celano collega il passaggio di Francesco ad Ascoli. Nella Vita prima, al capitolo XXII, scrive:
«Nel tempo in cui, come si è detto, predicò agli uccelli, il venerabile padre Francesco, percorrendo città e villaggi e spargendo ovunque la semente della benedizione, arrivò anche ad Ascoli».
La testimonianza prosegue raccontando l’impressione straordinaria suscitata dalla predicazione: la popolazione accorreva per vederlo e ascoltarlo e trenta persone, tra chierici e laici, ricevettero dalle sue mani l’abito religioso. La presenza di Francesco ad Ascoli appartiene quindi, alla più antica tradizione biografica francescana. Ed è proprio l’espressione utilizzata dal Celano «la semente della benedizione» a offrire forse la chiave più profonda per leggere la storia francescana del Piceno. Guardando l’affresco di San Gregorio, Francesco sembra quasi compiere il gesto del seminatore. Predica agli uccelli, certamente, ma quella mano protesa può diventare simbolicamente la mano di chi getta qualcosa nella terra. Il seme della sua predicazione cadde infatti in un territorio che si dimostrò straordinariamente fertile.
Dal Colle San Marco al cuore della città

(Colle San Marco, ruderi di San Lorenzo)
La prima presenza organizzata dei Minori ascolani viene tradizionalmente collegata a San Lorenzo alle Piagge, sulle pendici di Colle San Marco, luogo già segnato da precedenti esperienze eremitiche e monastiche. La scelta del luogo è perfettamente comprensibile nella spiritualità francescana delle origini. Francesco e i primi compagni non cercavano grandi monasteri: prediligevano luoghi spiritualmente significativi, appartati, poveri, ai margini delle città, dove fraternità, preghiera e lavoro potessero convivere. Tra le figure più importanti del primo francescanesimo ascolano va ricordato il beato Corrado Miliani da Ascoli (1234-1289), frate minore, di profonda vita spirituale, legato a Girolamo Masci, il futuro papa Niccolò IV, con il quale condivise anche un periodo di formazione e attività in Francia. Tornato ad Ascoli, Corrado scelse infine una vita più ritirata sulle pendici del Colle San Marco, legando la sua memoria all’antico insediamento di San Lorenzo alle Piagge, di cui oggi rimangono suggestivi ruderi, e alla grotta che ancora oggi porta il suo nome, dove la tradizione colloca gli ultimi tempi della sua vita. Dopo la morte, il suo corpo venne trasferito nella chiesa di San Francesco ad Ascoli. La cavità, precedente allo stesso Corrado, apparteneva all”ambiente eremitico documentato fin dal 7°secolo. Proprio questa continuità rende suggestiva un’ulteriore ipotesi: considerando che San Lorenzo fu il primo insediamento dei Minori ascolani, non è irragionevole supporre, pur in assenza di una prova documentaria diretta, che lo stesso Francesco, durante il suo passaggio ad Ascoli, possa aver conosciuto o scelto questo luogo come punto di sosta e raccoglimento. Un’ipotesi che deve rimanere tale, ma coerente con la predilezione francescana delle origini per gli eremi poveri e appartati.

(Grotta del Beato Corrado-Esterno)

(Grotta del Beato Corrado-Interno)
Tuttavia il seme da lui sparso aveva cominciato a germogliare. La comunità crebbe e quello spazio divenne presto insufficiente. I frati si avvicinarono progressivamente alla città: una presenza in Campo Parignano, l’attuale chiesa dei Santi Pietro e Paolo, è desumibile già da un lascito del 1237. Nel 1257 Alessandro IV e il ministro generale Bonaventura autorizzarono infine il trasferimento dei Minori all’interno delle mura. L’anno successivo venne acquisita l’area destinata al nuovo grande complesso francescano. Nel 1258 veniva così posta la prima pietra di quella che sarebbe diventata la monumentale chiesa di San Francesco, destinata a modificare per sempre il volto urbano di Ascoli. La costruzione attraversò generazioni e secoli, fino a diventare uno dei più importanti esempi di architettura francescana delle Marche.
Una geografia francescana nel Piceno
Ma Francesco non appartiene soltanto alla città murata. Celano stesso lo descrive mentre percorre «città e villaggi». La predicazione francescana delle origini è itinerante: attraversa strade, montagne, piccoli centri e campagne. È in questa prospettiva che devono essere comprese le numerose memorie francescane disseminate nel territorio piceno. Tra le più antiche testimonianze della presenza minoritica nel Piceno va ricordata San Francesco delle Fratte, nel territorio di Montedinove. La sua fondazione viene tradizionalmente fatta risalire al 1215 e collegata direttamente al passaggio di san Francesco d’Assisi nel Piceno. Secondo questa tradizione, sarebbe stato lo stesso Francesco a promuovere la nascita del primo insediamento francescano in questo luogo. Non tutte possiedono lo stesso grado di documentazione storica e sarebbe metodologicamente scorretto trasformare ogni tradizione locale in una certezza. Tuttavia la persistenza di eremi, chiese, toponimi e racconti legati a Francesco testimonia la profondità con cui la memoria francescana si è radicata nel territorio. Tra questi luoghi vi sono il Castello di Venarotta e Poggio Canoso, sulle pendici del Monte Ascensione, dove la tradizione conserva memorie del passaggio di Francesco. Particolarmente interessante è poi San Francesco al Gallo, nel territorio di Castignano. La tradizione collega il luogo alla prima presenza francescana e alcune ricostruzioni hanno ipotizzato, anche in questo caso, una fondazione riconducibile allo stesso Francesco. Di questo complesso rimangono pochi ruderi. Poco distante è sorto il santuario di San Bernardino da Siena. Del resto Francesco era “uomo della strada”. Si spostava da un centro all’altro e con i suoi compagni trovava spesso riparo in luoghi poverissimi, eremi, ricoveri e cavità naturali. Non è pertanto possibile documentare ogni singola sosta. Le tradizioni locali devono essere vagliate criticamente, ma non per questo semplicemente liquidate: esse costituiscono parte della memoria religiosa attraverso la quale intere comunità hanno custodito nei secoli il ricordo della presenza francescana.
I frutti del seme: il francescanesimo piceno nei secoli
La fecondità di quella «semente della benedizione» non si esaurì con la generazione che aveva conosciuto Francesco. Nei secoli successivi il Piceno avrebbe prodotto o accolto alcune delle personalità più interessanti della storia francescana.Tra le figure delle origini emerge quella ancora misteriosa di fra Pacifico, originario di Lisciano, paese poco distante dal convento di San Lorenzo su Colle san Marco. Pacifico, il cui nome prima della conversione sarebbe stato Guglielmo, è ricordato dalle fonti francescane come uomo di grande cultura poetica, tanto da essere chiamato rex versuum, “re dei versi”. La sua biografia rimane in parte problematica e la storiografia continua a discutere diversi aspetti della sua identità e della sua vicenda. Le fonti francescane gli attribuiscono soprattutto la celebre visione del trono. Pacifico avrebbe visto in cielo un seggio magnifico e gli sarebbe stato rivelato che quel trono, perduto dall’angelo superbo, sarebbe stato riservato a Francesco proprio in ragione della sua straordinaria umiltà. L’episodio entrò profondamente nell’iconografia francescana ed è rappresentato anche nel ciclo della Basilica superiore di San Francesco ad Assisi. Pacifico avrebbe intuito così la grandezza spirituale di quell’uomo apparentemente poverissimo e avrebbe deciso di seguirlo. La sua fama di poeta e cantore ha inoltre alimentato un’affascinante questione storiografica: quale ruolo ebbe un uomo dotato di simile cultura poetica accanto a Francesco? Alcuni studiosi hanno ipotizzato un suo contributo alla formazione o alla trasmissione poetica dei primi testi francescani e, più in generale, alla cultura del canto che circondò la fraternità delle origini. Sono ipotesi da trattare come tali, senza trasformarle in certezze, ma rendono Pacifico uno dei personaggi più affascinanti del primo francescanesimo. Morì in Francia a Pas-de-Calais nel 1230 circa.

(Assisi, Basilica Superiore, Fra Pacifico e la visione del troni)
Qualche decennio più tardi il Piceno avrebbe dato alla Chiesa Niccolò IV, al secolo Girolamo Masci, originario anche egli di Lisciano, eletto nel 1288 e primo pontefice proveniente dall’Ordine dei Frati Minori. Personalità di statura internazionale, lasciò un’impronta significativa nella Roma medievale, nella politica ecclesiastica e nell’impulso dato alle arti e alle missioni. Con lui il francescanesimo nato nella marginalità delle prime fraternità raggiungeva persino la cattedra di Pietro. La tradizione francescana picena avrebbe continuato a produrre figure di straordinario rilievo soprattutto con l’Osservanza. Basti pensare a san Giacomo della Marca, una delle personalità più importanti del francescanesimo quattrocentesco, predicatore, missionario e protagonista della vita religiosa e civile europea; oppure al beato Marco da Montegallo, la cui azione si legò strettamente alla nascita e alla diffusione dei Monti di Pietà. Accanto a loro emergono naturalmente le figure di san Bernardino da Siena e del beato Bernardino da Feltre, profondamente legati a questa stagione dell’Osservanza. I Monti di Pietà rappresentano forse uno degli esempi più concreti della capacità del francescanesimo di trasformare un’intuizione spirituale in proposta sociale ed economica: contrastare l’usura, offrire credito alle fasce più fragili e tentare di costruire un’economia nella quale il denaro rimanesse strumento e non diventasse padrone dell’uomo. E ancora, nei secoli successivi, il territorio avrebbe espresso figure come san Serafino da Montegranaro, cappuccino profondamente legato ad Ascoli, dove trascorse gran parte della sua vita e dove morì nel 1604: un religioso senza particolare cultura accademica, ma capace di esercitare un’impressionante attrazione spirituale. Attraverso la semplicità, la preghiera e il servizio, raggiunse i vertici dell’unione mistica. Anche Offida custodisce due figure significative della santità francescana. Il beato Corrado da Offida, vissuto nel XIII secolo e morto nel 1306, fu sacerdote dei Frati Minori, predicatore e contemplativo, profondamente legato all’umiltà e alla povertà delle origini francescane. Alla vita di preghiera, coltivata anche alla Verna, unì il servizio ai fratelli e l’annuncio del Vangelo. E poi il beato Bernardo da Offida (1604–1694), al secolo Domenico Peroni, fu invece fratello laico cappuccino. Nei servizi quotidiani di cuoco, infermiere, ortolano e questuante espresse una carità concreta, particolarmente attenta ai poveri e ai malati. La preghiera e la devozione al Crocifisso accompagnarono una vita di semplicità e vicinanza alla gente. In tempi più recenti si distingue anche il venerabile fra Marcellino da Capradosso (1873–1909), fratello laico cappuccino. Cresciuto tra il lavoro dei campi e la devozione alla Madonna di Montemisio, visse la sua vocazione nella preghiera, nell’umiltà e nella carità verso i malati. Morì a Fermo a soli trentacinque anni; nel 2017 la Chiesa ne ha riconosciuto l’eroicità delle virtù
La semente della benedizione….una storia che continua.
Quello che Tommaso da Celano vide gettare da Francesco mentre attraversava città e villaggi del Piceno continuò a germogliare assumendo forme diverse: eremitiche e conventuali, mistiche e missionarie, culturali e sociali.Dopo ottocento anni, la «semente della benedizione» è ancora da custodire, affinché la celebrazione della memoria storica possa rinnovare quello stupore che la predicazione di Francesco suscitò nei nostri concittadini. E possano i frutti di quei semi benedetti, continuare a nutrire il nostro bel Piceno. Il sapore dell’amore di Cristo che essi racchiudono, continui ad avvolgere e coinvolgere ogni donna e uomo del nostro territorio.