Satana: chi è costui?

PARTE SECONDA

La strategia dell’inganno demoniaco: il fascino del falso bene.

Di don Francesco Mangani

Il male più insidioso è quello che riesce a farsi desiderare come un bene. Si insinua nella gratitudine, si riveste di affetto, fa leva su sentimenti legittimi e li orienta verso una meta ingannevole. La contesa tra Michele e Satana per il corpo di Mosè, ricordata nella Lettera attribuita a Giuda Taddeo, offre lo spunto per comprendere questa sottile strategia diabolica. Leggiamo il passo:

“Ugualmente, anche costoro, come sotto la spinta dei loro sogni, contaminano il proprio corpo, disprezzano il Signore e insultano gli esseri gloriosi. L’arcangelo Michele quando, in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signore! Costoro invece bestemmiano tutto ciò che ignorano; tutto ciò che essi conoscono per mezzo dei sensi, come animali senza ragione, questo serve a loro rovina.”

Come contestualizzare questo passo? Il termine greco enypniazómeno, «coloro che sognano», allude probabilmente a presunte esperienze rivelative invocate per legittimare comportamenti contrari alla fede. Applicando la successiva categoria di «rivelazione privata», emerge il falso bene di un’ispirazione che attribuisce autorità divina a desideri soggettivi e autocentrati, favorendo l’autogiustificazione e il giudizio sprezzante verso l’altro fino all’offesa verso le idee altrui. L’errore può essere sintetizzano da questa affermazione: “Se ho una rivelazione speciale vuol dire che sono migliore spiritualmente di tanti e quindi posso giudicare l’altro”; una presunzione assai pericolosa, una sorta di bestemmia in quando ignoriamo il valore umano del prossimo. Nella Lettera, Giuda contrappone a questo genere di presunzione lo stesso arcangelo Michele: persino davanti a Satana, l’arcangelo evita l’accusa ingiuriosa e affida il giudizio a Dio: «Ti condanni il Signore!». L’autenticità spirituale implica lasciarsi giudicare dalla verità, anziché appropriarsi dell’autorità divina per giustificare se stessi e condannare gli altri. Ed è proprio qui che si colloca questo episodio della tradizione spirituale che deriva da un testo apocrifo giudaico andato perduto, l’Assunzione di Mosè,  generalmente ricondotto al I secolo dopo Cristo. Origene ne parla esplicitamente nel De principiis (III, 2, 1). Il racconto per intero della contesa è però andato perduto. La lettera in questione richiama il fatto senza raccontarlo per esteso, presumendo verosimilmente che i destinatari lo conoscessero. Ma andando più in profondità, qual’è il significato sempre attuale di questo episodio?Alla presunzione di chi giudica fadendo leva su se stesso e le sue “visioni”, Giuda contrappone Michele. La forza dell’esempio è evidente: neppure Michele si attribuisce un’autorità che appartiene a Dio solamente. Michele riconosce il male e lo contrasta, ma lascia al Signore il giudizio. La sua grandezza si manifesta proprio nella consapevolezza del limite creaturale. Il suo nome, (Michele significa «Chi è come Dio?»), esprime questa verità: nessuna creatura, non essendo Dio, per quanto sublime, può occupare il posto del Creatore. All’uomo compete discernere il bene e il male e assumersi la responsabilità delle proprie scelte; non gli compete erigersi a loro misura assoluta, né pronunciare il giudizio ultimo sulle persone. Michele lascia a Dio il giudizio. E noi? Riflettiamo sulle tante piccole e grandi dispute che viviamo quotidianamente.

Il falso bene: una subdola strategia

Ma possiamo dare un’ulteriore lettura spirituale a questo episodio: la seduzione del falso bene. Come sappiamo dalla Sacra Scrittura, Mosè non entrò nella Terra promessa a causa della sua disobbedienza a Merìba. Alla sua morte e sepoltura si collega l’episodio della tradizione che ora analizzeremo. Che cosa sarebbe accaduto se il corpo di Mosè fosse stato consegnato da Satana agli Israelit, disobbediendo al Signore? Il rischio di farne un oggetto di culto idolatrico era alto. Custodire le spoglie del grande condottiero avrebbe potuto apparire un gesto di riconoscenza: egli aveva affrontato il faraone, guidato il popolo fuori dalla schiavitù, trasmesso la Legge e interceduto presso Dio. Il desiderio di conservarne una presenza tangibile sarebbe stato umanamente comprensibile. Proprio qui, tuttavia, avrebbe potuto insinuarsi il subdolo inganno di Satana. La vicenda del vitello d’oro aveva già mostrato la fragilità della fede del popolo d’Israele e la tentazione di cercare una divinità visibile, disponibile, da possedere. Anche il corpo di Mosè avrebbe potuto diventare il punto di appoggio di questa debolezza: il servitore di Dio trasformato in un sostituto di Dio, la memoria del profeta piegata all’idolatria. In questa lettura, l’astuzia satanica consisterebbe nel servirsi dell’amore per Mosè da parte del popolo, per allontanarlo dal Signore. Michele ad un primo impatto emotivo passa per “severo” ,come colui che non apprezza i sentimenti umani. L’inganno di desiderio legittimo sarebbe stato condotto verso un esito che ne tradiva il significato e che avrebbe avuto esiti disastrosi per la fede. È una possibilità che attraversa anche la nostra vita spirituale. Non tutto ciò che percepiamo come bene è davvero bene. L’intensità di un’emozione, i sensi stessi, non garantiscono la verità di una scelta. Persino un’intenzione religiosa può diventare il riparo dei nostri interessi quando smettiamo di sottoporla alla luce di Dio. Il sentimentalismo, l’emotivismo, andare dietro a “sogni” e percezioni senza il lume della ragione e del discernimento, favoriscono questo equivoco quando trasformano il sentire nel criterio ultimo del bene. Giuda Taddeo paragona questo modo di fare agli “animali” senza ragione: tutto istinto ma senza riflessione su se stessi. Pensiamo infatti che se qualcosa mi commuove, mi rassicura o corrisponde ai miei desideri, allora deve essere giusto. Ma il sentimento, pur prezioso, ha bisogno di essere educato e illuminato. Il vero bene domanda un discernimento profondo, nel quale mente e cuore si lascino interrogare dalla Parola, dalla verità e dalla carità. Il vero bene non è un oggetto di consumo immediato, ma deve essere sottoposto al discernimento, che sa valutarlo nel tempo, nella prospettiva del cammino stesso della preghiera. Occorre domandarsi dove ci conduca ciò che desideriamo: ci apre alla volontà di Dio? Ci rende più liberi di amare? Oppure alimenta il possesso, l’orgoglio, il bisogno di approvazione? Uno sguardo chiuso nell’orizzonte mondano finisce per misurare il bene soltanto attraverso il vantaggio immediato, o la soddisfazione di un buon sentimento momentaneo. La fede apre invece il giudizio alla trascendenza di Dio, la cui volontà personale può essere messa in discussione. Michele custodisce questa apertura: combatte il male rimanendo sottomesso al Signore. Il suo nome diventi così una domanda rivolta anche a noi: «Chi è come Dio?». Quando i nostri sentimenti e le nostre convinzioni pretendono di avere l’ultima parola, quella domanda smaschera l’inganno. Il falso bene ci convince che Dio debba confermare i nostri desideri; il vero bene invece ci rende disponibili a lasciarli trasformare da Lui. 

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