Fare la guerra alla guerra

Bertha von Suttner e Simone Weil dinanzi al ritorno della narrazione bellicista

Di Francesco Mangani

“Il passato ritorna sempre!”; spesso sentiamo questa affermazione. Più che ritornare nei fatti, ritorna nelle dinamiche che ciclicamente si ripresentato con abiti diversi. La narrazione dominante dell’oggi sembra riproporre infatti le stesse dinamiche già emerse prima dei grandi conflitti del Novecento. Il riarmo viene presentato sempre meno come una scelta politica discutibile e sempre più come una necessità inevitabile; la diplomazia rischia di apparire debolezza, mentre ogni posizione critica viene facilmente sospettata di ingenuità o di appartenere ad una visione di “partito” opposto. La storia pur nei suoi ciclici ritorni dovrebbe quindi interrogarci, soprattutto in un tempo che sembra avere smarrito il valore della memoria. Due donne del passato ci aiutino a comprendere meglio i rischi che stiamo correndo. Bertha von Suttner (1843-1914), scrittrice austriaca, la prima donna ad aver vinto il Nobel per la pace, comprese che la guerra viene preparata culturalmente prima ancora che militarmente. Nel romanzo Abbasso le armi denunciò non soltanto la violenza dei conflitti, ma anche il linguaggio mediante il quale essi vengono nobilitati e resi accettabili. Scriveva:

«La cosa più stupefacente, a me sembra, è che gli uomini si possano mettere da soli, volontariamente, in uno stato simile; che gli uomini che hanno visto cose simili non cadano in ginocchio prestando il giuramento più appassionato di fare la guerra alla guerra e, se sono re o principi, non gettino via la loro spada e, se invece non hanno il potere, non consacrino almeno la loro attività di parola, di penna, di pensiero, d’insegnamento e di azione ad uno scopo: abbasso le armi!».

“Fare la guerra alla guerra”, “Abbasso le armi!” significa, per Suttner, contrastare anzitutto quella mentalità che trasforma la violenza in una fatalità storica. La pace richiede quindi un impegno culturale: parola, pensiero, insegnamento e azione devono sottrarre la coscienza collettiva alla fascinazione delle armi.

Simone Weil, (1909 − 1943), filosofa, mistica, attivista e scrittrice francese, approfondisce il problema collegando la guerra militare alla competizione ed alla concorrenza che attraversa la società e i rapporti tra uomini e quindi gli Stati:

«Da una parte, la guerra è soltanto il prolungamento di quell’altra guerra che si chiama concorrenza e che fa della produzione stessa una semplice forma di lotta per la supremazia; dall’altra, tutta la vita economica contemporanea è orientata verso una guerra futura».

La guerra non nasce dunque nel vuoto. Una società che concepisce l’economia, le relazioni e la politica esclusivamente come competizione per la supremazia, porta già dentro di sé una struttura conflittuale. Il riarmo diventa allora la manifestazione esterna di una rivalità economica e sociale precedentemente interiorizzata. Per Weil, tuttavia, comprendere realmente la guerra è difficile:

«La guerra è sventura, ed è tanto difficile dirigere volontariamente il pensiero verso la sventura quanto persuadere un cane, non preliminarmente addestrato, a camminare in un incendio e a lasciarsi carbonizzare».

Il pensiero tende a rifugiarsi nell’astrazione e nella retorica; una sventura mentale che acceca dove si evita di guardare la sofferenza concreta dei conflitti armati. D’altronde la logica del profitto e l’idea di un dominio economico del mondo da parte di alcuni Stati sono feticci preoccupanti, di cui già constatiamo la portata drammatica nelle cronache quotidiane. Proprio per questo due grandi donne, possono ancora oggi aiutarci a compiere un esame di coscienza storico e collettivo. Non possiamo affermare che una futura guerra sia inevitabile, ma neppure ignorare i segnali già conosciuti. Quando una società perde la memoria, rischia di chiamare “novità” ciò che la storia ha già tragicamente sperimentato.

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