La lecita critica alle sue idee non autorizza a condannarne l’anima: il tritacarne dei social confonde il dissenso con il disprezzo e pretende di sostituirsi a Dio.
di Francesco Mangani
La morte di Emma Bonino non impone di riscriverne la storia nella forma di un elogio. È stata una protagonista della vita repubblicana, ha inciso nella nelle scelte politiche e sociali degli ultimi decenni, ma il riconoscimento di questa rilevanza non cancella la libertà del dissenso. Nella nostra lettura la Bonino è stata una “vestale”di George Soros e dei poteri forti, interprete di un orizzonte nel quale l’affermazione dei cosiddetti diritti ha troppo spesso accompagnato l’erosione delle radici cristiane dell’Europa. Anche la sua idea di emancipazione ha assolutizzato l’autodeterminazione individuale, che alla lunga finisce per dissolvere i legami, impoverire il bene comune e consegnare la convivenza al relativismo e al nichilismo. Un dissenso che rimane e che sarebbe ipocrita addolcire per convenienza. Proprio la serietà di questa critica, tuttavia, esige di riconoscere il confine oltre il quale il giudizio sulle idee degenera nel disprezzo della persona. La Bonino è stata una donna che ha creduto nelle proprie battaglie e le ha sostenute con determinazione.
La dignità umana, oltre gli insulti: nessuno è Dio.
La sua dignità umana possiede un valore oggettivo oltre quale non bisogna mai andare. Per questo il tritacarne mediatico diventa intollerabile quando pretende di prolungare lo scontro oltre la morte, fino a impadronirsi del destino di un’anima. Pullulano infatti commenti, immagini generate dall’Intelligenza artificiale, che le assegnano una sorte infernale: in questo si manifesta un giustizialismo patologico tanto più arrogante quanto più si ammanta di zelo religioso. Si pronunciano sentenze eterne con la disinvoltura di chi distribuisce insulti, convinto che la propria avversione basti a interpretare la volontà divina. Per chi crede, lo sappiamo, il giudizio ultimo sulla persona spetta solamente a Dio. Nessuno può arrogarsi la conoscenza intera di una coscienza, delle sue contraddizioni, del suo travaglio e del mistero dei suoi ultimi istanti. La giustizia e la misericordia di Dio non sono a disposizione delle nostre appartenenze, né possono essere reclutate per conferire autorità ai nostri rancori. Possiamo criticare duramente un pensiero e contrastarne le conseguenze. Ma la fermezza delle convinzioni non conferisce alcuna sovranità sulle anime: il nome di Dio non può diventare la firma sotto le nostre condanne.
Il caso Bonino: sintomo della patologia dei social.
Il caso di Emma Bonino rientra pienamente in questa patologia del presente e ne mostra con particolare evidenza la gravità. Le riflessioni sociologiche sulla comunicazione e i richiami degli ultimi papi ci riportano a una questione decisiva: la moltiplicazione delle informazioni non coincide con una crescita della coscienza critica. I social possono amplificare l’aggressività, consolidare i pregiudizi e trasformare il confronto in una successione di processi sommari. È il rischio denunciato anche nell’enciclica di Papa Francesco, Fratelli tutti, quando descrive la perdita del rispetto dell’altro e la distruttività dell’aggressività digitale. Anche Papa Leone, in più interventi, ha denunciato l’aggressività della comunicazione e la polarizzazione alimentata dai social, richiamando alla necessità di liberare il confronto da rancore, pregiudizi e fanatismo. Nel suo pensiero emerge una critica precisa: quando le piattaforme premiano le reazioni immediate e la facile indignazione, si indeboliscono l’ascolto, la riflessione e il senso critico. Rimane dunque pienamente legittimo un giudizio sull’operato di Emma Bonino, anche severo, purché sorretto dal senso critico e dal rispetto. L’emotivismo aggressivo, la reazione di pancia che pretende di giustiziare la persona fino ad assegnarle pene eterne, rivela una profonda patologia del nostro tempo. Una patologia che la sua morte ha fatto purtroppo emergere con particolare evidenza.
Mi piacerebbe che i presunti paladini della “Verità”, dei valori cristiani, quelli che si reputano nel “giusto”, ricordassero questo passo del Vangelo secondo Matteo (7, 1 – 15) prima di sentirsi investiti di un’autorità non meglio definita e vomitare sentenze: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Mi chiedo quanti di quelli che oggi, sentendosi al di sopra dell’autorità divina, emettono sentenze di condanna hanno usufruito delle leggi proposte dalla Bonino, ma approvate da un intero Parlamento; non vorrei che alcuni “ratti da tastiera” si fossero dimenticati delle loro mancanze e deviazioni dall’insegnamento evangelico e oggi, ipocritamente immemori dei loro trascorsi, si elevano al di sopra del giudizio di Dio.
Vorrei ricordare che qualcuno (Isaia 14, 12 – 14) ha già creduto possibile “salire in cielo, e sulle stelle di Dio innalzare il trono, dimorare sul monte dell’Assemblea, salire sulle regioni superiori delle nubi, e farsi uguale all’Altissimo”, ma non è stato molto gradito agli occhi di quel Dio che oggi viene invocato per sparare a zero sulla Bonino.
Da ultimo, mi piacerebbe ricordare, che il sistema di governo democratico ha la caratteristica di fondarsi proprio sul dissenso, sul confronto tra le diversità di idee, e la validità di una “buona” democrazia si misura sulla qualità di vita delle minoranze.
Non posso non richiamare una celebre riflessione di Umberto Eco, intellettuale che non ha certo bisogno di presentazioni: «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.»