1.Che cosa significa mettere al centro l’uomo?

Critica della visione tecnocratica del progresso e richiamo alla centralità dell’uomo, fondata non solo sull’innovazione tecnologica, ma anche su cultura, relazioni e dimensione spirituale.

di Maria Ricci e Francesco Lupelli

Parte 1

Assistiamo inevitabilmente inermi, se non addirittura con timore, e per questo ci difendiamo di qua dall’oceano, a suon di regolamenti, da ciò che in quella “Valle del Silicio” viene prodotto sotto il garrire della bandiera a stelle e strisce, e che a noi arriva, come accade da quasi un secolo, come un dono di cui non possiamo fare a meno ma che scopriamo essere poi tutt’altro che gratuito e benevolo.

Al pari della gioia di vedere sotto la forza delle trivelle zampillare l’oro nero, così i tecno-feudatari americani eccitano le masse con la promessa di un “rinascimento tecnologico” (dal retrogusto di postumanesimo) che ci vedrebbe come la prima specie immortale su questo pianeta (con esplicito riferimento alle recenti dichiarazioni dell’imprenditore miliardario co-fondatore di PayPal e Palantir, Peter Thiel), o con la possibilità di viaggi spaziali ai confini del nostro sistema solare promossi dal primo trilionario della storia contemporanea, Elon Musk. Queste stesse non sono altro che alcune delle realtà inverosimili che scaturiscono sotto l’impeto distopico dei “trivellatori”.

Ed è proprio questa esuberanza utopica che viviamo nel nostro secolo riguardo all’uomo, alla sua centralità e al suo superamento (citando quel sano figlio del suo tempo, il filosofo F. Nietzsche) grazie alla sua relazione sempre più intima con la macchina, a far storcere il naso a molti di noi giovani che sempre più ricerchiamo, durante gli anni della nostra crisi adolescenziale, un senso dietro le tante ed eterogenee illusioni propinateci. Una scelta pratica è quella per chi, fra noi, intende riscoprire la bellezza della vita in quelle arti e attività che tanto venivano messe al centro delle città e delle occupazioni da parte dei mecenati rinascimentali, e che oggi possiamo avere a portata di mano e di qualunque tipo di tasca: riduzioni per visitare musei e teatri, assistere a concerti e opere, e più in generale accedere diffusamente a quel patrimonio artistico e culturale che per secoli è rimasto privilegio di pochi.

Ma non solo. Mettere al centro l’uomo sembra oggi significare farlo grazie alla tecnologia e con la tecnologia, vedendo in essa una nuova Sosandra capace di destarci da quel “sonno della ragione” che finora abbiamo dormito. Se il Rinascimento fu l’epilogo concreto dell’Umanesimo e del lavoro di intellettuali come Petrarca, Coluccio Salutati, Leonardo Bruni e Pico della Mirandola, che recuperarono il patrimonio culturale dell’antichità, lo reinterpretarono alla luce del cristianesimo e posero al centro la dignità, la libertà e le capacità creative dell’essere umano, c’è bisogno allora di uno sforzo collettivo, cattolico (nel senso di universale), e capace di domandarsi, come già ha fatto la Commissione Teologica Internazionale, “Quo vadis, humanitas?”.

Forse anche noi, ascoltando gli istinti naturali alla socialità e all’incontro dal vivo nelle piazze, nelle università, nei poli culturali, potremo ribellarci a quelle false chimere che oggi provano a divorarci e dividerci, e cambiare quindi il nostro modo di dipingere la realtà, come fece Botticelli dopo aver ascoltato i sermoni profetici del Savonarola, e scoprire che mettere al centro l’uomo significa mettere al centro Dio, che è relazione per eccellenza fra tutte le meraviglie del creato.

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