Agostino e il rumore del nostro tempo

Il paradosso digitale: comunicare con tutti e non incontrare più nessuno: attualità del Discorso 28

Di don Francesco Mangani

«Il suono rimane nell’orecchio, il concetto scende nel cuore» (Sant’Agostino, Discorso 28, 4). Nel giorno in cui la Chiesa ricorda sant’Agostino, il suo pensiero manifesta ancora una sorprendente capacità di interpretare questioni che appartengono alla contemporaneità. Nel Discorso 28, Agostino riflette sul rapporto tra voce, parola e comprensione: il suono raggiunge gli ascoltatori, ma ciò che viene udito non necessariamente diventa comprensione interiore. Una cosa è percepire una voce, altra cosa è permettere alla parola di raggiungere la mente, sedimentarsi nella coscienza e trasformarsi in significato. È un’intuizione che acquista una particolare forza nel nostro tempo. Mai come oggi siamo raggiunti da voci. Informazioni, notifiche, immagini, messaggi, commenti, video costituiscono un flusso comunicativo pressoché ininterrotto che accompagna ogni momento della giornata. Eppure proprio la società che ha moltiplicato in maniera esponenziale le possibilità della comunicazione sembra manifestare un singolare paradosso: all’aumento quantitativo dei mezzi per comunicare non corrisponde necessariamente un incremento qualitativo della capacità di entrare in relazione. Agostino osserva qualcosa che, a distanza di secoli, assume quasi una sorprendente analogia con la comunicazione di massa: «un’unica voce riempie molti orecchi, non divisa ma tutt’intera in ciascuno» (Discorso 28, 4). Oggi una stessa voce, un’immagine, una notizia possono raggiungere simultaneamente milioni di persone. Ma l’universalità della ricezione non garantisce affatto l’autenticità dell’ascolto. Assistiamo, anzi, sempre più frequentemente a una forma di isolamento comunicativo. Nei luoghi reali sembra diminuire la capacità di esporsi alla presenza dell’altro, mentre cresce una comunicazione continuamente mediata dai dispositivi.

Prima dei social: il reale come luogo di comunicazione

Prima dell’avvento dei social, il luogo dell’incontro obbligava inevitabilmente alla relazione. L’estroverso e il timido, chi possedeva maggiore sicurezza e chi faticava a prendere la parola dovevano comunque confrontarsi con una presenza non filtrata. La relazione comportava il rischio dell’alterità: il carattere dell’altro, il suo sguardo, la sua imprevedibilità, perfino il silenzio e l’imbarazzo. La comunicazione digitale ha certamente aperto possibilità straordinarie e sarebbe ingenuo, oltre che culturalmente sterile, demonizzarla. Il problema nasce quando lo strumento cessa di mediare la relazione e tende progressivamente a sostituirla. Possiamo allora trovarci nella condizione paradossale di essere permanentemente connessi e, nello stesso tempo, profondamente incomunicanti. Questo fenomeno è purtroppo riscontrabile in tante nuove generazioni: l’analfabetismo comunicativo è spesso radicalizzato. Impermealizzati ad ogni voce di senso, vivono nel timore dell’altro e la chiusura interiore contemporanea genera disagi emotivi assai marcati.

La lezione di Agostino per l’oggi

È precisamente qui che Agostino diventa nostro contemporaneo. La sua riflessione distingue il semplice ricevere un suono dall’accogliere realmente una parola. Non tutto ciò che raggiunge l’orecchio raggiunge necessariamente l’interiorità. La Parola di Dio può essere proclamata nello stesso momento a una moltitudine di persone: il suono raggiunge tutti, ma non produce in tutti il medesimo effetto. Tra il suono percepito e la parola compresa esiste lo spazio irriducibile della libertà e della coscienza. L’ascolto autentico richiede dunque qualcosa che nessuna tecnologia può produrre artificialmente: l’interiorità. Ed è proprio nella descrizione del passaggio da un’interiorità all’altra che Agostino raggiunge una straordinaria profondità: «il concetto, pur restando nel mio cuore, passa al cuore tuo e non abbandona il mio» (Discorso 28, 5). Comunicare autenticamente significa allora molto più che trasmettere informazioni o essere connessi ad uno smartphone: significa permettere che un significato custodito nell’interiorità di una persona possa raggiungere l’interiorità di un’altra. La questione decisiva del nostro tempo, allora, non consiste nello spegnere Internet né nel rifiutare la tecnologia. Consiste piuttosto nel recuperare la capacità del discernimento. Nel mare delle voci che quotidianamente reclamano la nostra attenzione occorre domandarsi quali meritino realmente di scendere nella coscienza. Non tutto ciò che comunica merita di essere ascoltato; non tutto ciò che produce rumore genera significato. L’uomo contemporaneo ha forse bisogno di recuperare una vera e propria ascesi dell’ascolto: distinguere il rumore dalla parola, l’informazione dalla conoscenza, la conoscenza dalla sapienza, la connessione dalla relazione. Anche il mezzo, in questa prospettiva, recupera la sua giusta collocazione.

Interiorità ed autentica comunicazione

Come ribadisce Agostino nel Discorso 28, il suono è dunque un veicolo, non il fine. Ed è forse una distinzione preziosa anche per comprendere la tecnologia contemporanea: il dispositivo dovrebbe rimanere mezzo della comunicazione, senza trasformarsi nel luogo sostitutivo della relazione. Agostino ci conduce così verso il luogo fondamentale che attraversa tutta la sua ricerca filosofica e spirituale: l’interiorità. Per lui l’interiorità non coincide con un rifugio intimistico o una fuga dal mondo, ma è la condizione necessaria per poter abitare il mondo senza esserne continuamente occupati. Tra migliaia di voci occorre allora riconoscere quella capace non semplicemente di raggiungere l’orecchio, ma di interrogare l’intelligenza e attraversare la coscienza. Per Agostino questa voce trova il suo vertice nella Parola di Dio: una Parola che non aggiunge semplicemente altro rumore al rumore del mondo, ma restituisce all’uomo la capacità stessa di ascoltare.«Comprendete, gustate le cose che state ascoltando» (Discorso 28, 5), esorta Agostino. Forse proprio il “gustare” rappresenta una delle provocazioni più attuali del suo pensiero: in una società abituata a consumare velocemente parole, immagini e informazioni, recuperare la capacità di sostare davanti a ciò che ascoltiamo, comprenderlo e discernere se meriti realmente di entrare nella nostra interiorità. E forse proprio da qui può ricominciare anche una comunicazione autenticamente umana: dal silenzio necessario per riconoscere una voce, dall’interiorità necessaria per comprenderla e dalla libertà necessaria per tornare, finalmente, ad ascoltare l’altro.

Un commento su “Agostino e il rumore del nostro tempo

  1. Credo non sia possibile non concordare con quanto rappresentato nell’articolo; tuttavia, c’è una problematica a monte che va presa in seria considerazione: il “progetto” che, tra la perdita di ogni identità e l’appiattimento culturale, propedeutico ad una perfetta clonazione delle coscienze, prevede tra gli strumenti attuativi proprio il “rumore”.
    Non si tratta di complottismo di bassa lega, e nemmeno di rivelazione di dinamiche “occulte”, ma è esperienza comune a chiunque, nonché strategia storicamente consolidata, che la distrazione consente a chi detiene il potere della Comunicazione di orientare l’attenzione verso obiettivi prescelti.
    L’industria del consumo ha la necessità di focalizzare l’attenzione delle popolazioni verso i propri obiettivi, e con la distrazione ottenuta mediante le molte voci narranti del Nulla, da avvio al processo di ricanalizzazione degli interessi e, così facendo, attua sapientemente la de-costruzione delle coscienze.
    C’è da chiedersi se chi ascolta sia ancora in grado di discernimento, personalmente ho delle grandi riserve nel merito.

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