Un Francesco senza Cristo? L’ottavo centenario e il rischio di celebrare il Poverello dimenticando il cuore della sua vita.
Di don Francesco Mangani
Spesso si è parlato di un Natale senza Cristo. Tra pochi mesi torneremo a celebrarlo e, probabilmente, ci ritroveremo davanti alla stessa triste contraddizione: una festa nella quale tutto sembra trovare posto, tranne il Festeggiato. Si moltiplicano immagini, suggestioni, addirittura richiami al solstizio e al ciclo della natura, mentre il mistero del Dio fatto uomo rischia di diventare marginale, persino superfluo, non commercialmente redditizio. Un pericolo analogo può riguardare la festa di san Francesco. Il Poverello di Assisi è una figura talmente grande e celebre da essere divenuta un’icona universale: un santo amato anche oltre i confini della Chiesa, capace di ispirare generazioni di uomini e donne e di aprire strade nuove nella storia. Questa capacità di parlare a tutti è una ricchezza straordinaria. Eppure proprio la sua popolarità può favorire un equivoco: pensare di poter comprendere Francesco prescindendo da Cristo. Un Francesco senza Cristo, però, non è più Francesco. Diventa una figura sulla quale proiettare le nostre convinzioni, un simbolo disponibile a qualsiasi interpretazione, fino a fargli rappresentare anche ciò che non gli appartiene. Gli si attribuisce tutto (ecologista, animalista, vegetariano, etc..), mentre si trascura ciò che tiene insieme ogni aspetto della sua esistenza: l’amore per Gesù Cristo, povero e crocifisso. È questo il perno della sua vita, la sorgente della sua libertà, il fuoco della sua dedizione. In questo ottavo centenario della sua morte vogliamo allora “riscoprire” il Poverello d’Assisi per comprendere meglio il significato profondo e sempre “nuovo” della sua parabola terrena. L’abbraccio al lebbroso ci conduce al cuore della sua conversione. Nel Testamento del 1226, Francesco ricorda che il Signore lo condusse tra i lebbrosi e che, usando misericordia verso di loro, ciò che gli sembrava amaro si trasformò in dolcezza dell’anima e del corpo. La svolta avvenne dentro un incontro concreto, là dove prima avrebbe distolto lo sguardo.Qui emerge una domanda anche per noi: che cosa cerchiamo quando parliamo di spiritualità? Un rifugio che ci protegga da ogni inquietudine? Un benessere interiore che lasci intatto il nostro egoismo? Francesco ci accompagna altrove. La fede apre all’incontro con Cristo e, attraverso di lui, ci fa uscire da noi stessi, rendendoci capaci di avvicinare chi soffre, di sostenere ciò che pesa, di amare dove spontaneamente ci verrebbe da fuggire. Le amarezze della vita possono rimanere tali sul piano umano: la malattia continua a ferire, la solitudine a pesare, la povertà a chiedere risposte concrete. La dolcezza di cui parla Francesco nasce dall’amore di Dio sperimentato dentro quella realtà e dalla misericordia che rende possibile abitarla diversamente. Il dolore conserva la sua durezza, ma la persona non è più abbandonata al suo dolore. È questo Francesco che desideriamo riascoltare nei suoi scritti. Un Francesco che ci educa a una fede feconda, capace di generare vita. Nella Lettera ai fedeli ci esorta addirittura ad essere “madri”:
“Siamo madri, quando lo portiamo nel cuore e nel corpo nostro per mezzo del divino amore e della pura e sincera coscienza, lo generiamo attraverso le opere sante, che devono risplendere agli altri in esempio. N.10)“.
Una maternità spirituale che ci chiede di custodire, accompagnare e rendere visibile il Vangelo nella concretezza dell’esistenza.Ci piace ricordare anche il Francesco che insegna la riverenza verso l’Eucaristia e la cura di ciò che appartiene alla celebrazione. Nella sua Prima lettera ai custodi, l’attenzione agli altari, ai vasi sacri e alla custodia del Corpo del Signore manifesta quanto profondamente riconoscesse la presenza di Cristo nel sacramento. La sua povertà personale si accompagnava a una premura esigente per il culto: anche questo appartiene alla sua eredità e interpella ogni superficialità o dissacrazione. C’è poi il Francesco che invita a custodire nel cuore i “segreti del Signore”, come ricorda l’ultima delle sue Ammonizioni. È un richiamo prezioso in un tempo nel quale persino l’esperienza spirituale rischia di diventare esibizione. Esiste un’intimità con Dio che domanda silenzio, discrezione e umiltà, perché il dono ricevuto possa maturare senza essere trasformato in motivo di vanto. E c’è Francesco con Madonna Povertà: una scelta che tocca i beni, le sicurezze, il desiderio di possedere e di imporsi. Seguirlo su questa strada significa interrogarci su ciò a cui affidiamo il valore della nostra vita, imparando a riconoscere la bellezza di un cuore libero, disponibile a Dio e ai fratelli. Una bellezza interiore che prende corpo nella condivisione e nel servizio. Tante sarebbero le dimensioni da ricordare, tanti gli insegnamenti da raccogliere. Ma ribadiamo ancora che tutte queste strade hanno un centro: l’amore per Cristo crocifisso. Da lì Francesco ha imparato a riconoscere il fratello, ad accogliere il povero, a contemplare il creato, a cercare la pace. In questo centenario chiediamogli di aiutarci a ritrovare quella sorgente. L’amore di Cristo è la vera sorgente: seguire Cristo non nasce solamente da una nostra decisione né si lascia racchiudere nei confini della nostra volontà. Il suo amore ci precede, ci raggiunge, ci rapisce!! La nostra libertà diventi servizio gioioso nella carità. Francesco fu grande perché lasciando tutto, divenne servo umile di questo amore che lo ha rapito per donargli poi “tutto”. Come lui stesso scrive: «Rapisca, ti prego, o Signore, l’ardente e dolce forza del tuo amore la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo».
Finalmente un richiamo, e anche un monito, che intende ricentrare l’attenzione sul fulcro della vita del Santo: il kerigma cristiano; in questo contesto trovano il giusto posto la narrazione della predica agli uccelli, l’episodio del lupo di Gubbio e ogni manifestazione d’amore per l’opera della creazione divina.
La tentazione di strumentalizzare una figura ritenuta autorevole, estrapolandola dal contesto che l’ha resa tale, ha investito anche Gesù che nell’arco dei secoli si è trovato a rivestire i panni dell’ecologista, animalista, fascista o comunista a seconda delle convenienze del momento, sposato con la Maddalena ma anche innamorato dell’apostolo Giovanni, fondatore del patriarcato più becero ma al contempo femminista intesezionale; spesso con sfumature radical chic.
C’è da chiedersi se in un contesto sociale globalizzato dove è vero tutto e il contrario di tutto, dove il nome di Dio viene nominato sempre invano e a sproposito, dove Lucifero assume la connotazione della dea Madre, o di dio della sapienza, dove gli angeli da ministri di Dio diventano maggiordomi a servizio dei vizi e desideri umani, quando il Figlio dell’uomo tornerà sulla terra, troverà ancora la fede?