Dalle nuove sanzioni dell’Inghilterra ad Israele, alle guerre in atto: la diplomazia arretra mentre l’opinione pubblica viene abituata all’idea di un conflitto permanente
di Francesco Mangani
La fotografia dell’oggi è inquietante e preoccupa la moltiplicazione contemporaneamente dei punti di crisi, mentre il linguaggio politico e mediatico sembra ormai considerare l’escalation militare come un fatto inevitabile. La guerra non viene più presentata come il fallimento della politica, ma come uno dei suoi strumenti ordinari.
Inghilterra ed Israele
L’ultimo segnale arriva dal Regno Unito, che ha imposto sanzioni sui prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, insieme ad altre misure dirette contro la violenza dei coloni. La decisione ha provocato una durissima reazione del governo israeliano, che ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est e ulteriori ritorsioni diplomatiche. Dopo Gaza ora è la Cisgiordania a subire l’occupazione di Israele. La loro espansione comporta confische di terre, limitazioni alla libertà di movimento dei palestinesi, demolizioni e, in numerosi casi, violenze esercitate nella sostanziale impunità. La decisione britannica appare significativa anche per la storia del rapporto tra Londra e Israele. Dalla Dichiarazione Balfour del 1917 al mandato britannico sulla Palestina, il Regno Unito ha avuto un ruolo determinante nella costruzione del quadro politico che avrebbe reso possibile la nascita dello Stato israeliano. Per questo sorge un interrogativo: siamo davanti a un effettivo cambiamento politico o a un dissenso controllato, capace di rassicurare l’opinione pubblica senza modificare davvero gli equilibri? Potrebbe essere una presa di posizione strategica dell’Inghilterra: noi abbiamo protestato, mentre Israele continua a perseguire i propri obiettivi; un po’ come è stato fatto per Gaza. Tante proteste ma nessuna vera sanzione contro Israele. Staremo a vedere che sviluppi avrà.
Russia ed Europa
Intanto il fronte orientale dell’Europa diviene sempre più pericoloso. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha attribuito alla Russia la preparazione di un attacco con droni contro l’aeroporto di Lipsia-Halle, mentre Mosca nega ogni responsabilità. Non si devono sottovalutare eventuali operazioni russe, ma neppure permettere che ogni incidente diventi automaticamente il presupposto per una nuova escalation. L’Europa dopo aver stracciato all’inizio del conflitto ogni proposta di pace da parte della Russia, denuncia la propria impreparazione militare e, nello stesso tempo, alimenta l’illusione di poter sostenere un confronto sempre più diretto con una potenza nucleare. Cerca nella militarizzazione quella forza politica che non riesce più a esprimere attraverso la diplomazia. Una situazione paradossale, a limite della follia.
Stati Uniti ed Iran (e Cina)
A ciò si aggiunge lo scontro tra Stati Uniti e Iran. Gli attacchi contro petroliere, navi e basi militari stanno trasformando lo stretto di Hormuz in uno dei luoghi più pericolosi del pianeta. Ogni azione militare si trasferisce immediatamente sul prezzo del petrolio, sui trasporti, sull’inflazione e quindi sulle famiglie. L’Iran sta inoltre dimostrando una capacità di reazione che rende illusoria l’idea di una guerra rapida e circoscritta. Non dimentichiamo poi i reali intenti degli Stati Uniti, e cioè ridimensionare la Cina e la sua spaventosa crescita economica.
Voci di pace inascoltate: le masse anestetizzate.
In questo scenario rimangono alcune voci contrarie alla normalizzazione della guerra. Tra queste quella di papa Leone , con il suo appello a una pace «disarmata e disarmante», insieme a pochi analisti e osservatori che ancora denunciano i pericoli dell’escalation. Sono però voci minoritarie e spesso inascoltate. La normalità sembra ormai essere un’altra: riarmo, minacce, rappresaglie e progressiva assuefazione alla guerra. Ed è proprio questa apparente normalità a doverci preoccupare maggiormente. Le guerre non scoppiano per fatalità ma come ben sappiamo, vengono pianificate. Il disinteresse delle masse alle conseguenze che esse potrebbero causare, fa riflettere. Ci si anestetizza al problema, non se ne parla per le strade se non marginalmente, nessuno osa protestare nelle piazze; si preferiscono distrazioni sportive, fatti di cronaca o inutili idee retoriche. E forse solo dopo lo scoppio della prima bomba nella nostra bella, ma accecata Europa, ci si potrà accorgere del baratro che già da tempo si andava scavando.