Come possono due giovani genitori arrivare a uccidersi togliendo la vita anche alla loro piccola bimba malata?
di Giuseppina Postacchini
Sono trascorsi oltre due mesi da questa agghiacciante storia che, tra le tante, forse già è passata nel dimenticatoio.
Due genitori a Pietralata (quartiere di Roma) Luca e Valentina si sono tolti la vita con un’arma da fuoco portando con loro la piccola figlia Bianca affetta da una malattia rara! Hanno lasciato molte lettere indirizzate a più persone tra parenti amici e chi ha cercato di sostenerli; probabilmente parlavano del disagio nel vivere una situazione difficile a tratti insostenibile, rinunciando ad andare avanti con una vita complicata che non sentivano più di poter affrontare!
Le cronache parlano di difficoltà economiche dopo aver speso ogni risparmio per un’ipotesi di cura sperimentale in Messico per la figlia e di isolamento volontario forse per vergogna o per disperazione! Eppure avevano familiari vicini, assistenza e supporti vari dalle istituzioni locali e associative!
Le persone più care non si spiegano il motivo di un gesto così terribile, pensiamo ai nonni e agli zii di Bianca, per esempio, a quanti sensi di colpa per non aver capito un tale disagio, non essersi accorti di una sofferenza che li tormentava così profondamente.
Ci sono tantissime famiglie che vivono la difficoltà della disabilità in casa e a volte non hanno neppure il giusto sostegno, o al contrario si negano alla società, pur avendo aiuti, per vergogna: sono scelte che può capire chi vive situazioni simili ma arrivare ad un gesto così atroce pone non pochi interrogativi!
Forse le cause si trovano proprio nel mondo che stiamo costruendo dove, specie i più giovani, crescono con la convinzione di non dover avere problemi, di apparire al meglio sempre e di nascondere ciò che non va trasformandolo magari in risorsa tramite social network e followers a seguito con i pro e i contro che ne conseguono.
Se, quindi, una coppia giovane si trova a vivere la nascita di un figlio con malattia grave/rara o con disabilità, è probabile che il mondo a cui sono abituati, crolli loro addosso, le certezze saltino, la socialità diventi imbarazzante da condividere! Il pensiero ricorrente suona tipo questo “nostro figlio non è come gli altri e gli amici fanno fatica ad accettarci dato che lo faremmo anche noi al loro posto”: ogni ambito dal parentale al lavorativo porta a non intervenire su argomenti comuni come sport, scuola, attività perché il percorso da affrontare è’ totalmente diverso! La non accettazione in primis del figlio malato, ricade su tutta la catena di relazioni che porta a sentirsi esclusi e ad auto escludersi! D’altronde se guardiamo a ciò che ci circonda è facile notare come la disabilità sia relegata a situazioni specifiche: in nessuno spot tradizionale, per esempio, che parli di auto, cibo, prodotti per la casa, c’è un protagonista disabile! Le storie di bimbi e adulti con deficit psico-fisico sono legate generalmente a video specifici di associazioni ed enti che chiedono contributi o lasciti per chi ne è affetto! Va da se che la differenza oggettiva tra persone sane e persone malate, bimbi soprattutto e chi se ne prende cura , è immensa e questo divario diventa distruttivo se non si hanno strumenti e capacità per superarlo e conviverci! La vergogna prende il sopravvento perché lo stile di vita diventa solo una lotta continua per le cure quotidiane e per trovare un appiglio alla guarigione che conduca alla “normalità”.
Quante coppie fanno esami su esami dal concepimento perché mai vorrebbero vedere nascere figli con problemi e preferiscono interrompere la gestazione? E quanti, avendone riscontro solo tempo dopo la nascita, negano l’evidenza della malattia o la rifiutano totalmente accusando chi non ha saputo accorgersi della malformazione in corso?
Questo è un diritto naturalmente ma perché c’è questo rifiuto totale?
Sentiamo ultimamente addirittura da politici discussioni circa un ritorno al passato dove i bimbi e ragazzi disabili debbano frequentare classi dedicate e non più miste perché creano disturbo e l’inclusivita’ così torna ad essere una stupida utopia! Non dimentichiamo che durante la seconda guerra mondiale il regime nazista tento’ di eliminare migliaia di disabili tedeschi, addirittura figli di puri ariani che magari ricoprivano cariche importanti, ma si è saputo molto poco al riguardo!
Oggi si tende a vicinanza e solidarietà per persone, bimbi specialmente, con malattie e disabilità serie ma in sostanza restano spesso escluse, anche se ci sono uomini e donne davvero pieni di buona volontà e sentimenti sinceri che lottano per dare loro il meglio possibile: purtroppo è la società che pone al centro spesso solo il bello, facile e perfetto nonostante l’impegno legislativo e civile alla convivenza inclusiva!
Sta di fatto che dei giovani genitori si siano sentiti annegare in un mare insormontabile di disagio, angoscia per non aver ottenuto cure sperate con un dispendio economico enorme e su tutti forse vergogna per non avere messo al mondo una bimba sana!
Al di là delle lettere inviate restano tanti interrogativi, tanta tristezza per una tragedia immane, tanto rammarico per far parte di una società che fatica ancora a dare voce a chi vive le difficoltà di vedere crescere senza certezze future un figlio malato e sceglie di sparire uccidendosi per non soffrire e far soffrire!
È’ importante non dimenticare quindi e approfondire in modo sincero quali strategie mettere in atto concretamente per rendere il più serena possibile la vita di tante giovani famiglie e non solo: anche da drammi che appaiono insormontabili, possono nascere meraviglie inattese! Certo servirebbe una catena di supporto e relazioni costruita sulle singole situazioni ma il percorso in tal senso è ancora lungo; soprattutto dovrebbe esserci la certezza che la Società nel suo complesso si specchi anche in modelli che siano davvero inclusivi, non solo per obbligo legale o occasionale ma perché tutti sentano e siano educati al desiderio di voler e saper Accogliere oltre la “normalità”!
(foto pagina Istagram famiglia di Pietralata)