Teresa d’Avila: il coraggio di rialzarsi in un mondo che mormora e condanna.
di Francesco Mangani
Ci sono immagini della santità che ammiriamo, ma dalle quali ci sentiamo esclusi. Troppo luminose per le nostre giornate incerte, troppo lontane dalle contraddizioni che ci portiamo dentro. Guardiamo i santi e immaginiamo che abbiano abitato un’umanità diversa dalla nostra: meno inquieta, meno esposta alle cadute, finalmente pacificata. Così,quasi senza accorgercene, rendiamo innocua la loro testimonianza. Li collochiamo abbastanza in alto da non doverli sentire vicini. È accaduto spesso alla grande mistica cristiana, scambiata per un privilegio di anime eccezionali o per un progressivo congedo dalla vita. Eppure, avvicinarsi a Dio significa entrare più profondamente nella propria umanità, fino a incontrarne anche ciò che preferiremmo ignorare. Il desiderio di amare e la paura di lasciarsi amare. La generosità e il bisogno di essere riconosciuti. La sincerità dei propositi e la fatica di mantenerli. Teresa d’Avila, di cui oggi celebriamo la memoria liturgica, conosce bene queste tensioni. La sua grandezza non consiste nell’averle nascoste dietro il racconto delle proprie esperienze straordinarie, ma nell’averle attraversate senza separare la conoscenza di Dio dalla verità di se stessa. Anche la bellissima immagine di copertina, che raffigura la trasverberazione, può essere guardata da questa prospettiva. Nel Libro della vita Teresa racconta la visione di un angelo che le trafigge il cuore con un dardo infuocato: un’esperienza di amore intensissimo, nella quale dolore e dolcezza si intrecciano e alla quale partecipa anche il corpo (Vita,29,13). Sarebbe però riduttivo fermarsi all’eccezionalità del fenomeno. Non è l’esperienza straordinaria, da sola, a misurare la santità. Quel cuore trafitto appartiene alla stessa donna che conosce la stanchezza, l’esitazione, il timore del giudizio. L’amore di Dio la raggiunge senza trasformarla in una creatura invulnerabile, senza cambiare la sostanza di quello che è per natura umana. Qui la trasverberazione parla alla nostra vita, pur restando un dono mistico singolare: ci invita a pensare che lasciarsi amare comporti anche rinunciare a difendersi continuamente. Davanti a Dio non possiamo custodire soltanto l’immagine migliore di noi. Dobbiamo consentirgli di raggiungere la persona reale, quella che talvolta ci spaventa e che spesso fatichiamo ad accettare. E il mondo? Il più delle volte è un campo minato di sofferenze, dove i vari meccanismi di difesa e i compromessi sono la norma brutalmente necessaria per sopravvivere. Inevitabilmente il desiderio di Dio impatta con un mondo distante, tanto distratto per le “cose”del Signore, quanto attento e spesso spietato verso chi esce dal recinto dell’omologazione e comincia a pensare in Dio e con Dio. È questa stessa concretezza tra desiderio di Dio e realtà umana, a rendere così incisiva una pagina della Vita, nella quale Teresa affronta il peso dello sguardo altrui:
«L’anima che Dio espone agli occhi del pubblico deve prepararsi ad essere martire del mondo; anche se al mondo non vuole morire, la farà morire lui. E questo è l’unico merito che io gli riconosco, cioè di non perdonare ai buoni alcun difetto, ma di obbligarli a correggersi a forza di mormorazioni» (Vita, 31,17).
Sono parole severe, attraversate da un’ironia amara. Teresa parla anzitutto di chi vede la propria esperienza spirituale diventare pubblica e si ritrova esposto all’osservazione di tutti. Anche quando conserva il desiderio di essere accolto e stimato, deve fare i conti con uno sguardo che non gli concede tregua, che non sa perdonare e non vede le buone intenzioni di cuori. Quel «morire al mondo» tocca allora un legame doloroso da sciogliere: il bisogno che gli altri confermino il nostro valore. Quanto ci riguarda questo bisogno? Possiamo desiderare sinceramente Dio e continuare a cercare, quasi con affanno, l’approvazione altrui. Possiamo sapere di essere amati e sentirci ugualmente annientati da una parola, da un sospetto, da un giudizio ingiusto, da quello stupido mormorare della mediocrità. La fede non rende automaticamente indifferenti a queste ferite. Teresa,però, rivolge una domanda anche a chi osserva:
«Appena vede uno deciso per quel cammino, esige subito che sia perfetto e scopre lontano le mille miglia ogni sua piccola mancanza, che forse può anche essere virtù. Ma siccome in lui tal mancanza proverrebbe da vizio, giudica gli altri da se stesso e ne pronuncia la condanna» (Vita, 31,17).
Giudica gli altri da se stesso. È una frase davanti alla quale sarebbe bene sostare prima di pensare a qualcuno cui applicarla. Quanto di noi entra nelle sentenze che pronunciamo? Quante intenzioni attribuiamo agli altri senza averle conosciute? Talvolta la durezza con cui condanniamo una debolezza protegge qualcosa che non abbiamo ancora accettato nella nostra storia. Guardiamo una persona, ma le facciamo rispondere di una nostra ferita. Questo meccanismo trova oggi uno spazio immenso, soprattutto a motivo della fluidità e quantità liquida della comunicazione. Una frase isolata, un’immagine, un errore diventano sufficienti per credere di aver compreso un’intera esistenza. La rapidità del giudizio ci risparmia la fatica dell’ascolto. E la condanna pubblica può offrirci persino una rassicurante sensazione di innocenza: mentre indichiamo il difetto altrui, per un momento non dobbiamo guardare il nostro. Anche la fede può essere trascinata dentro questa logica. A chi comincia a prendere sul serio il Vangelo chiediamo subito di esserne una dimostrazione impeccabile. Nel mondo del tutto e subito”, dove ogni cosa, uomo compreso, deve diventare “prodotto immediato”, ad uso e consumo miei bisogni egoistici, dimentichiamo che una decisione autentica inaugura un cammino, e che la fatica del lavoro nel campo della vita, esige tempo e pazienza, prima di poterne contemplare i frutti. Teresa lo dice con una concretezza quasi provocatoria:
«Secondo il mondo, quelli che tendono alla perfezione non dovrebbero né mangiare né dormire e neppure respirare, per così dire. Più li stima, più sembra dimenticare che dopo tutto sono ancora di carne, e che per quanto possano essere perfetti e spregiatori di ogni cosa terrena, tuttavia vivono ancora sulla terra e ancora soggetti alle sue miserie» (Vita, 31,17).
Sono ancora di carne. Hanno bisogno diriposo, di affetto, di tempo. Possono pregare sinceramente e attraversa regiorni di aridità; amare il bene e faticare a sceglierlo; spendersi per gli altri e sentire il peso della solitudine. Riconoscerlo significa restituire alla vita spirituale il suo terreno reale. Il limite non coincide sempre con una colpa, e una colpa non esaurisce la verità di una persona. Quando dimentichiamo queste distinzioni, rischiamo di chiamare esigenza evangelica ciò che è soltanto incapacità di accogliere l’umano. Del resto, la stessa durezza può rivolgersi contro di noi. Ci imponiamo di essere sempre equilibrati, disponibili,coerenti. Poi ci vergogniamo della distanza tra ciò che desideriamo e ciò che riusciamo a vivere. A volte soffriamo per aver mancato nell’amore; altre volte perché è crollata l’immagine di noi alla quale eravamo affezionati. Imparare adistinguere queste due sofferenze è già un esercizio di verità. Teresa prosegue:
«Perciò essi hanno bisogno di grande coraggio, perché hanno appena cominciato a camminare e già si pretende che volino; non hanno ancora vinte le passioni, e già si esige che, messi in difficili occasioni, si comportino così perfettamente come si legge di alcuni santi confermati in grazia» (Vita,31,17).
Pretendere il volo da chi sta imparando a camminare: quante volte lo facciamo, agli altri e a noi stessi. Vorremmo che una decisione cancellasse abitudini coltivate per anni, che una preghiera risolvesse ogni conflitto, che una conversione ci rendesse subito liberi dalle nostre contraddizioni. Ma esistono maturazioni che nessun entusiasmo può abbreviare. Occorrono scelte concrete, aiuto, perseveranza; occorre tornare davanti a Dio anche quando non abbiamo progressi da mostrargli. Questa pazienza non autorizza a rimandare indefinitamente il cambiamento. Permette, invece, di affrontarlo senza confondere la serietà dell’impegno con la pretesa di bastare a se stessi. La grazia coinvolge la nostra libertà, la educa, la sostiene. E spesso il passo decisivo è proprio accettare di aver bisogno. Teresa conosce anche il rischio che la pressione altrui spenga il desiderio dicontinuare:
«Che pena, mio Dio, per quello che devono essi soffrire! Ed è appunto per questo, per non saper reggere a tante pretese, che molti tornanoindietro! E così anch’io avrei fatto se la misericordia del Signore non mi avesse sostenuta. Come sa anche lei, Padre mio, fino a quando Egli non si è degnato d’intervenire, la mia vita non fu che un cadere e risorgere» (Vita,31,17).
Teresa riconosce nelle proprie cadute la misericordia che le ha permesso di rialzarsi. La loro memoria diventa comprensione per chi fatica, perché sa quanto possa costare ricominciare. La vita umana, e con essa la vita di fede, attraversa questo continuo cadere e risorgere: un cammino nel quale impariamo a conoscere Dio e noi stessi, lasciando che la sua fedeltà illumini anche le nostre contraddizioni. Di questa conoscenza Teresa d’Avila fu una grande maestra. Accostarsi a Dio significa anche imparare ad abitare con verità la propria umanità, riconoscendone le ferite e le possibilità ancora inesplorate. Il limite non esaurisce ciò che siamo, e nessuna caduta deve diventare una dimora definitiva. Possiamo pentirci senza disprezzarci, accogliere il perdono e riprendere il cammino. Da qui nasce anche uno sguardo più paziente sulla fragilità altrui.Torniamo allora al cuore trafitto della trasverberazione. Il mistero che raggiunge Teresa coinvolge tutta la sua persona, la sua storia, la sua capacità di amare. Quella ferita ci parla di un incontro che restituisce profondità all’esistenza: lasciarsi raggiungere da Dio significa riscoprire la nostra umanità e consentire alla grazia di trasformarla.È qui che Teresa può parlare all’uomo d’oggi. Un mondo che pretende di diventare più umano inseguendo ideali scissi da Dio rischia di smentire le proprie promesse, fino ad assumere un volto disumano e distruttivo. La sua testimonianza ci indica una resistenza sana e santa a questa deriva: custodire l’interiorità, riconoscere la dignità di ogni persona, imparare ad amare nella concretezza della vita. Il cuore trafitto dal mistero diventa così un cuore più umano, capace di rialzarsi e di aiutare altri a risorgere.