Satana: chi è costui?

Gli equivoci e le risposte della fede.

PRIMA PARTE

di don Francesco Mangani

Il nome di Satana compare nella Sacra Scrittura ben 54 volte, 18 nell’Antico Testamento, 36 volte nel Nuovo.  Tuttavia la ricezione “popolare” della somma figura demoniaca presenta spesso distorsioni ed  interpretazioni erronee che non sempre corrispondono al significato che emerge dal testo sacro, nè alla dottrina magisteriale della Chiesa. Alcune rappresentazioni, o anche eccessi ne ingigantiscono il potere, fino a oscurare la signoria di Dio e la libertà dell’uomo. Distinguere alcune di queste errate interpretazioni  dall’insegnamento teologico della Chiesa, permette di riconoscere la serietà del male senza attribuirgli una potenza assoluta. 

1) «Satana è il dio del male, contrapposto al Dio del bene».

Questa concezione introduce un dualismo, figlio di alcune eresie del passato,  estraneo alla fede cristiana. Satana è una creatura spirituale, originariamente buona, divenuta malvagia attraverso il libero rifiuto di Dio. La sua “caduta” consiste nella radicalità irrevocabile di questa scelta. Non possiede una natura divina, né una sovranità equivalente a quella del Creatore. La ribellione non lo sottrae alla condizione creaturale: è la sua potenza resta limitata e non può impedire il compimento del Regno. (Catechismo, nn. 391–395)

2)«Satana può impadronirsi della volontà e costringere l’uomo a peccare».

La tradizione teologica distingue l’influenza dalla costrizione. Tommaso d’Aquino spiega che una creatura angelica può agire mediante la persuasione e sollecitare le passioni, ma non può muovere interiormente la volontà come può farlo Dio, suo Creatore. Il tentatore può suggerire, ingannare e rendere attraente ciò che allontana dal bene; non può sostituire il proprio volere al consenso personale. L’immagine del “cattivo consigliere” aiuta a comprendere meglio questa dinamica: esercita una pressione, suggerisce una strada, altera la percezione di ciò che è desiderabile. L’analogia non esaurisce la complessità dell’azione diabolica, ma ne chiarisce un limite essenziale: tentare non significa determinare irresistibilmente una scelta, nè manipolare la nostra volontà a suo piacimento.  (Summa theologiae, I, q. 111, a. 2).

3)«Se provo pensieri cattivi o tentazioni, sono già colpevole e sotto il dominio del demonio».

Ricordiamoci che Satana non conosce i nostri pensieri, lì può a limite intuire, data la sua superiore capacità che deriva dalla sua natura spirituale; solo Dio conosce i nostri pensieri. Tuttavia la sua azione ordinaria opera attraverso la suggestione e l’inganno, senza poter costringere la volontà a peccare. Il suo nome indica proprio il suo modo di agire. Significa «avversario» e «accusatore»; la Scrittura lo presenta anche come il sommo tentatore, come colui che conoscendo le debolezze umane, le manipola per condurci ad un maggior degrado. Per questo, essere tentati non equivale ad acconsentire alla tentazione. Un pensiero involontario non è già un peccato, né dimostra un dominio del demonio sulla persona e la sua mente. Confondere ciò che attraversa nella nostra mente con ciò che liberamente scegliamo alimenta paura e scrupolo. (Catechismo, nn. 2846–2847) Proprio qui può insinuare un inganno: tante volte infatti abbiamo paura di noi stessi, non ci amiamo in maniera sana e trasformiamo il riconoscimento di una nostra colpa nella condanna dell’intera persona. Da «ho commesso un male» si passa a «sono sbagliato, non posso essere amato né perdonato». La coscienza del peccato apre alla responsabilità, al pentimento e alla riparazione; il senso di colpa esasperato può invece imprigionarci, facendo apparire Dio come uno sguardo che condanna anziché come il Padre che chiama alla conversione. Il senso di colpa quindi, appartiene soprattutto alla nostra esperienza psicologica e non va attribuito automaticamente al demonio. A limite il demonio conoscendo bene la nostra psiche può “usare” il senso di colpa per allontanarci da Dio e quindi dalla serena consapevolezza del nostro limite. L’inganno può assumere anche il volto opposto. Satana fomenta il concetto immaturo di libertà, inteso come il diritto di fare tutto ciò che vogliamo. La coscienza diventa allora una giustificazione dei desideri, mentre ci illudiamo di essere padroni assoluti di noi stessi, chiusi in un’autonomia egoistica. Ma la coscienza è chiamata a cercare il bene, lasciandosi educare dalla verità; la libertà matura nell’amore e nella responsabilità verso gli altri. Due estremi, dunque: sentirci irrimediabilmente colpevoli oppure considerarci sempre innocenti; disperare del perdono oppure ritenerlo superfluo. La fede ci insegna a riconoscere il peccato senza identificarci con esso e a vivere la libertà come capacità di amare, nella fiducia che in questo amore la misericordia di Dio ci offre sempre la possibile di ricominciare.

4)«Satana è soltanto un archetipo psicologico; oppure, al contrario, è la causa di ogni turbamento interiore».

Entrambe le interpretazioni alterano la prospettiva cristiana. Il linguaggio degli archetipi può descrivere le rappresentazioni culturali del male, ma non esaurisce ciò che la fede cattolica afferma su Satana, riconosciuto come realtà personale e non simbolica o morale. Tale riconoscimento, tuttavia, non autorizza ad attribuirgli indistintamente ogni paura, fragilità o moto oscuro della psiche. Il discernimento esige di evitare sia la riduzione simbolica sia la demonizzazione dell’esperienza umana. (Catechismo, n. 2851)

5)«Satana agisce nella storia come una potenza indipendente da Dio».

Il prologo del magnifico libro di Giobbe, presenta l’accusatore all’interno della corte celeste, con una possibilità d’azione circoscritta dai limiti stabiliti da Dio (Gb 1,12). Nel libro di Giobbe, Satana si presenta davanti a Dio e ottiene il permesso di mettere alla prova il giusto, insinuando che la sua fedeltà dipenda soltanto dai benefici ricevuti. Il Signore gli consente di agire, ma gli impone limiti precisi, fino a ordinargli di risparmiare la vita di Giobbe. Più che essere mandato da Dio, Satana agisce dunque entro una permissione: la sua iniziativa resta soggetta a una sovranità superiore, i cui confini non può oltrepassare. Satana non dispone dunque di una libertà assoluta: come l’essere umano esercita una libertà propria della sua natura, così anche le creature angeliche, comprese quelle decadute, possiedono una libertà creaturale, reale ma limitata. La loro capacità di scegliere e di agire non le sottrae alla sovranità di Dio. Anche la ribellione demoniaca rimane entro i confini della permissione divina: Dio non vuole il male in quanto male, ma permette che la creatura agisca, senza che questa possa oltrepassare i limiti da Lui posti. Quindi Il rifiuto di Dio da parte di Satana e dei suoi angeli. ha una portata che oltrepassa la vicenda umana e investe l’ordine della creazione. Ha dunque una conseguenza cosmica. La libertà dell’uomo, creatura corporea e spirituale, si esercita invece nello spazio e nel tempo: anche il peccato umano “ferisce” profondamente il creato, ma nella sua libertà più “limitata” le conseguenze saranno proporzionate alla sua condizione.

6)«Se lo Spirito conduce Gesù nel deserto, allora Dio affida a Satana il compito di farlo peccare».

Tutti e tre i Vangeli sinottici (Matteo, Marco, Luca) concordano su un particolare decisivo: è lo Spirito Santo a condurre Gesù nel deserto, nel luogo della prova. Matteo e Luca lo descrivono guidato dallo Spirito; Marco usa un’espressione ancora più energica: lo Spirito lo «sospinse nel deserto». Il racconto distingue così le intenzioni: lo Spirito conduce Gesù nella prova, mentre il diavolo cerca di distoglierlo dall’obbedienza al Padre. Non si tratta, dunque, di una missione malvagia affidata da Dio all’avversario: Dio non tenta al male, ma anche il tempo della prova può rientrare nel cammino a cui lo Spirito conduce. L’iniziativa divina precede l’assalto del tentatore, che cerca di trasformare quella stessa esperienza in un’occasione di sfiducia e di disobbedienza. Gesù, realmente tentato nella sua umanità, attraversa la prova nella fedeltà filiale e vince la seduzione del male: nel deserto si manifesta così l’opposizione tra l’intenzione dell’avversario e l’obbedienza del Figlio (Mt 4,1–11; Mc 1,12–13; Lc 4,1–13). Anche per noi occorre distinguere la prova dalla tentazione che può attraversarla. Il realismo della vita comporta anche la consapevolezza che le prove e le difficoltà ci sono e ci saranno. Ma esse non sono  un’azione diretta del maligno, tuttavia il male può strumentalizzare la fatica, il bisogno e la fragilità per allontanarci da Dio. Può amplificarci pensieri negativi contro Dio e i fratelli. La prova, tuttavia, non appartiene al tentatore: può diventare il luogo in cui la libertà matura e la fiducia si purificano e maturano. Per questo la tentazione vinta con l’aiuto della Grazia, che nel deserto si sintetizza nelle tre grandi debolezze che abitano l’uomo, ossia  l'”apparire” ,l'”avere” e il “dominare”, segna un progresso nella fede e rende più salda la nostra adesione al Signore.

7)«Se Dio permette l’azione di Satana, significa che la approva».

Permettere il male non equivale ad approvarlo. La subordinazione di Satana alla provvidenza indica il limite della sua potenza e l’impossibilità di sottrarsi alla signoria del Creatore. La ragione della permissione divina rimane misteriosa: il Catechismo non offre una spiegazione che dissolva ogni interrogativo, ma afferma che il male non può vanificare il disegno di salvezza Vi leggiamo: “La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama «omicida fin dal principio » (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre. « Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo » (1 Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l’uomo a disobbedire a Dio.La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l’edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni – di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica – per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell’uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell’attività diabolica è un grande mistero, ma « noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » (Rm 8,28)” (Catechismo, n. 394- 395)

8) «Ogni peccato nasce da un intervento diretto di Satana».

Satana è il primo che peccò, rifiutando la signoria di Dio e volendo autodeterminarsi autonomamente facendosi Dio di se stesso. Ogni qual volta lo “imitiamo” in questa dinamica, in un certo senso siamo a lui simili; la Scrittura infatti riconosce anche una dinamica del peccato radicata nel desiderio naturale  dell’uomo. La Lettera di Giacomo descrive il passaggio dalla concupiscenza alla seduzione e, infine, al peccato (Gc 1,14–15). Non è dunque necessario supporre un intervento diabolico diretto per spiegare ogni singola colpa. Attribuire sistematicamente al demonio le proprie scelte rischia di sottrarre spazio all’esame di coscienza: riconoscere il tentatore non dispensa dal riconoscere abitudini, interessi e responsabilità personali e fare dell’esperienza intima del perdono, quel cammino mistico fondamentale per conoscere meglio noi stessi e Dio di cui siamo stati fatti tempio (1 Corinzi 3,16-17).

9)«Satana governa l’inferno e decide la sorte dei dannati».

L’immagine del demonio come sovrano incontrastato dell’inferno appartiene soprattutto ad un certo immaginario popolare e figurativo. Nell’Apocalisse, Satana stesso è sottoposto alla condanna definitiva (Ap 20,10); il giudizio dei morti avviene davanti al trono di Dio. Il testo presenta quindi l’avversario come sconfitto e giudicato, senza attribuirgli l’autorità ultima sul destino umano. L’inferno non costituisce un territorio nel quale la signoria divina cessi di valere e cominci una sovranità alternativa. (Apocalisse 20,10–15)

10) «Satana non viene perdonato perché il suo peccato supera la misericordia di Dio».

Quello che noi sappiamo è sempre frutto della riflessione della Chiesa da quello che emerge dai contenuti della Rivelazione. Il Catechismo esclude esplicitamente l’idea di un pentimento di Satana alla fine dei tempi, anche se alcuni Padri l’avevamo ipotizzato come personale teoria teologica. L’impossibilità del perdono dipende dal carattere irrevocabile della scelta degli angeli decaduti, non da un’insufficienza della misericordia divina. Non viene descritta una creatura pentita alla quale Dio rifiuti il perdono, ma una volontà definitivamente chiusa al pentimento. La distinzione è decisiva: la gravità del male non rende Dio meno misericordioso; manifesta la tragedia di una libertà che si fissa nel rifiuto (Catechismo, n.393).

*Immagine copertina: Franz von Stuck, Lucifero, circa 1890.

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