La violenza e il vuoto dell’Occidente

Da Parigi a Milano, gli episodi di violenza giovanile interrogano una società in crisi di identità.

di Francesco Mangani


Da Parigi a Milano, la violenza interroga l’Occidente. Le proteste dei gilet gialli, le devastazioni dei black bloc, le tensioni che coinvolgono anche giovani di seconda e terza generazione di immigrati: fenomeni differenti, dentro uno scenario sempre più inquietante. Da una parte la protesta contro il caro vita; dall’altra una violenza senza bandiere, senza rivendicazioni, senza un’idea politica riconoscibile: si colpisce, si distrugge, si sfoga la rabbia.
È la cosiddetta generazione “maranza”, ma non soltanto. È in generale un’adolescenza problematica, sospesa sul limite, nella quale la violenza sembra diventare un linguaggio fine a se stesso. Non si percepisce nessun progetto da affermare, nessuna prospettiva da costruire: soltanto la forza del gesto e della sopraffazione che diventa virale e brutale.
Questo tumore della violenza affonda in un Occidente sempre più impantanato in un capitalismo ordo liberista, ormai allo stato terminale. Una società che ha idolatrato il consumo, e questo, come un Molok, sta presentando un conto violento, travolgendo la dignità e la libertà di molti. Inoltre un nichilismo senza identità, alimentato da una informazione manipolata ed arida, ha atrofizzato il senso critico delle masse. Quanto stiamo vivendo ne è la conseguenze: una società che perde il senso di sé perde anche la capacità di educare, di trasmettere civiltà, di creare una comunione tra i popoli.
Le esplosioni di rabbia barbara che coinvolgono anche i nostri figli e nipoti, di seconda, terza generazione di immigrati, ci mettono davanti agli occhi il fallimento di questa promessa. Tensioni rimaste a lungo latenti affiorano e interrogano un Occidente che pretendeva di integrare senza più sapere in che cosa. Quale appartenenza può offrire una società che ha svuotato la propria? Quali valori può trasmettere una cultura che considera ogni valore relativo?
La situazione potrebbe degenerare ulteriormente se a queste fratture si aggiungessero una crisi petrolifera e un aggravamento delle difficoltà economiche. Il caos, del resto, è sempre stato anche il terreno di profondi cambiamenti sociali. Ordo ab chao: un motto che oggi sembra prendere corpo sotto i nostri occhi. Ma quale ordine possa nascere da questo disordine, e dove tutto questo ci condurrà, rimane una domanda aperta.
La virulenza di questa violenza obbliga dunque l’Occidente a interrogarsi sulla propria identità. Sulla capacità di educare e di trasmettere una civiltà. Sulle conseguenze di un nichilismo e di un relativismo che hanno svuotato i legami, mentre un laicismo imperante ha contribuito a disgregare, disumanizzare e dividere la comunione dei popoli.
Una disgregazione che comincia nelle nostre relazioni quotidiane, dove l’uso sconsiderato dei social alimenta la divisione e finisce per dominare il rapporto con l’altro. Il caos delle piazze ci restituisce così, nella sua forma più brutale, una domanda che riguarda tutti: che cosa rimane di una civiltà quando non sa più quale senso dare alla convivenza, né che cosa trasmettere a chi viene dopo?

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