La nostra è la “religione del libro”?

Nella memoria di san Girolamo, una riflessione sulla Scrittura e sul rischio di assolutizzare il libro.

di Francesco Mangani

Nel giorno in cui la Chiesa ricorda san Girolamo(n.345-m.420), che tradusse in latino gran parte della Bibbia, dando un contributo fondamentale alla famosa Vulgata, per secoli versione ufficiale usata dalla Chiesa, vogliamo riflettere sull’importanza della Scrittura. La Sacra Scrittura è una delle grandi fonti della Rivelazione: Dio parla attraverso la storia dell’uomo e nella Scrittura troviamo una fonte autorevole attraverso la quale possiamo, con l’interpretazione, lo studio e l’approfondimento, conoscere Dio. Lo diceva anche san Girolamo: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». È bene, tuttavia, precisare che assolutizzare la Scrittura può essere sbagliato. La nostra non è la religione del libro: lo dice anche il Catechismo della Chiesa cattolica. La nostra è la religione del Verbo fatto carne, del Logos, non del libro cartaceo.Il Catechismo della Chiesa cattolica, al numero 108, afferma:

“La fede cristiana tuttavia non è una «religione del Libro». Il cristianesimo è la religione della « Parola » di Dio: di una Parola cioè che non è «una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente». Perché le parole dei Libri Sacri non restino lettera morta, è necessario che Cristo, Parola eterna del Dio vivente, per mezzo dello Spirito Santo ce ne sveli il significato affinché comprendiamo le Scritture.”

Questo concetto è stato ribadito anche da Papa Benedetto XVI:

“«Infine, la Parola di Dio attestata e divinamente ispirata è la sacra Scrittura, Antico e Nuovo Testamento. Tutto questo ci fa comprendere perché nella Chiesa veneriamo grandemente le sacre Scritture, pur non essendo la fede cristiana una “religione del Libro”: il cristianesimo è la “religione della Parola di Dio”, non di “una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente”. Pertanto la Scrittura va proclamata, ascoltata, letta, accolta e vissuta come Parola di Dio, nel solco della Tradizione apostolica dalla quale è inseparabile» (Benedetto XVI, Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini, n. 7)”.

Il punto è proprio questo: la Parola di Dio non si esaurisce nel testo scritto. È Cristo stesso, il Verbo incarnato e vivente, che attraverso lo Spirito Santo ci apre alla comprensione delle Scritture. Assolutizzare il libro, separandolo da questa relazione vivente, significa rischiare di lasciare lettera morta proprio quelle parole che ci sono state consegnate per comunicarci la vita. Ci sono stati spesso sbandamenti anche di alcuni all’interno della Chiesa cattolica, quando si è assolutizzato il libro, per non parlare della centralità assoluta attribuita alla Scrittura nelle Chiese protestanti. Questo per dire che Dio non detta il testo consegnandocelo così com’è: la Sacra Scrittura che abbiamo è passata attraverso un’autentica elaborazione umana, sotto l’ispirazione divina, come insegna la Chiesa. L’ispirazione non cancella l’umanità di coloro che hanno scritto, il loro linguaggio e la loro cultura. Tutto questo non per svalutare la Scrittura, anzi, ma per ricordare che noi stessi siamo chiamati a essere parola vivente, nella quale Cristo continua a manifestare la sua Parola di vita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *