Gli estremismi sono il sintomo, non la malattia

Gli estremismi come sintomo di un “tumore” sociale; figli “illegittimi” di un’economia finanziaria che ha sacrificato i popoli alle leggi del profitto.

di Francesco Mangani

In Europa riaffiorano nazionalismi, populismi radicali e movimenti identitari che si credevano sepolti dalla storia. Lo vediamo soprattutto in Germania, con la crescita dell’estrema destra, ma anche in Francia, Austria, Paesi Bassi e in numerose altre nazioni europee. Fenomeni gravi e preoccupanti, ma demonizzarli senza analizzarli è facile; tentare di comprenderne le cause è politicamente più scomodo. Questa ondata estremista è la conseguenza tumorale di un malessere cresciuto nel corpo sociale. Quando il lavoro diventa precario, la casa inaccessibile, la sanità un privilegio e il futuro una minaccia, la democrazia perde credibilità. Dove arretra la speranza avanzano la rabbia, la paura e il bisogno di individuare un nemico. L’Europa è percepita sempre meno come comunità politica al servizio dei popoli e sempre più come apparato tecnocratico posto a tutela del mercato. Il cittadino viene ridotto a consumatore, il bene comune sostituito dalla competitività e la giustizia sociale subordinata agli interessi finanziari.

Leone XIII, nella Rerum novarum, denunciava già la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, ed eravamo a fine Ottocento. Abbiamo visto i grandi contrasti economici e le drammatiche guerre che tali disparità hanno generato durante il Novecento. In tempi più recenti Leone XIV ha ripreso più volte questa preoccupazione davanti alla nuova rivoluzione tecnologica, ammonendo sul rischio di un potere economico e tecnocratico sempre più concentrato, opaco e sottratto al controllo democratico.

Lo aveva compreso anche Karl Polanyi (1886-1914) storico, antropologo ed economista ungherese. Nella sua opera La grande trasformazione, egli descrive il passaggio epocale attraverso il quale l’economia di mercato ha spezzato i propri legami tradizionali con la società, finendo per subordinare la vita umana e la natura alle leggi del profitto. Per questo poteva affermare che «il fascismo, come il socialismo, era radicato in una società di mercato che si rifiutava di funzionare».

Quando l’economia non è più inserita nella società, ma pretende di dominarla, produce sradicamento, insicurezza e risentimento: il terreno antropologico sul quale attecchiscono le risposte autoritarie. La “violenza” di una economia autoreferenziale e plutocratica, non può che generare altra violenza. Gli estremismi vanno contrastati, ma non possono diventare il comodo alibi del sistema che li ha generati. La storia insegna che queste ondate sono spesso fuochi di paglia: valvole di sfogo sulle quali viene fatta somatizzare la rabbia popolare. Ma il fuoco può sfuggire al controllo e trasformarsi in una «guerra di polli» tra poveri, impauriti e frustrati, lasciando però perfettamente al sicuro coloro che hanno costruito e continuano a governare il sistema.

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