Criticità conseguenziali e ripercussioni inevitabili
di Ascenza Mancini
L’inizio dell’anno scolastico ha rimesso al centro uno dei problemi che da anni si vive all’interno della scuola: il fenomeno delle cosiddette classi pollaio che rappresenta una delle criticità strutturali più dibattute negli ultimi anni. Questa espressione abbastanza colorita indica i gruppi classe caratterizzati da un numero eccessivo di studenti al di sopra dei limiti raccomandati per garantire un’efficace qualità della didattica e condizione di sicurezza adeguate. Il numero eccessivo di alunni all’interno di uno stesso ambiente scolastico può generare delle ripercussioni su più fronti: in primo luogo sulla didattica perché si evidenzia una difficoltà nel praticare una didattica personalizzata o nell’intercettare tempestivamente bisogni educativi speciali e disturbi specifici dell’apprendimento; problemi di rispetto delle normative dell’edilizia scolastica e di prevenzione antincendio oltre a un innalzamento di livelli di rumore e stress con affaticamento sia per gli alunni che per gli insegnanti. Più volte si è cercato di risolvere questo problema ma esso richiede interventi che vanno oltre le misure emergenziali come una revisione dei tetti massimi cioè una riduzione dei limiti di legge a un massimo stimato di 20 o 22 alunni per classe (15 o 18 in presenza di studenti con disabilità grave); investimenti nell’edilizia scolastica cioè creare spazi adeguati e ampliamento dei plessi per accogliere un numero più elevato di sezioni; pianificazione dell’organico cioè utilizzo del calo demografico non per tagliare personale docente ma per distribuire gli studenti in un numero maggiore di classi più piccole. Creare e classi meno affollate garantisce maggiormente il diritto allo studio e migliora la qualità dell’istruzione pubblica. Per quanto riguarda le criticità e le ripercussioni che si hanno sul corpo docente, diciamo che questo fenomeno rappresenta uno dei maggiori fattori di logoramento professionale perché gestire gruppi numerosi modifica la quotidianità lavorativa degli insegnanti che spesso sono costretti a svolgere ruoli che vanno al di là delle loro competenze. Infatti si hanno delle ripercussioni a più livelli che vanno dalla organizzazione della lezione stessa fino alla salute psicofisica. Si parla quasi quotidianamente di sindrome da Burnout, provocata dall’esposizione prolungata alla gestione di grandi numeri e che comporta un rischio di esaurimento emotivo, depersonalizzazione e percezione di inefficacia professionale. Con una classe di 28 o 30 alunni la priorità di un docente slitta inevitabilmente dalla didattica al contenimento d’aula e al mantenimento dell’ordine oltre al fatto che il tempo dedicato alla correzione delle verifiche, alla preparazione di prove differenziate per i diversi livelli di apprendimento e alla rendicontazione burocratica cresce in modo proporzionale al numero degli alunni. Il fenomeno del sovraffollamento rischia di ridurre una vocazione educativa in una professione ad alto rischio di stress lavoro-correlato, inducendo molti docenti ad assenteismo per malattia. Per non parlare poi dei compensi che non sono allineati agli standard europei. Forse è tempo di iniziare semplicemente a guardare gli insegnanti come persone che hanno un’alta dignità conferitagli dalla stessa vocazione educativa