A Roma l’essenza della bellezza va oltre la forma

La nobile natura della bellezza

Di Maria Ricci

“La virtù è più gradita quando risplende in un corpo bello” (Eneide, V, 344).

È con questa frase di Virgilio, che continuiamo il viaggio alla scoperta delle varie declinazioni storiche del concetto di bellezza. Se nella nostra cultura il termine bellezza è unico anche se al suo interno coesistono molteplici sfaccettature, il mondo romano ha utilizzato tre diversi termini per designare puntualmente tre accezioni della stessa: forma, pulchritudo e venustas. Il primo indica il “bell’aspetto”, la forma di bellezza. Con pulchritudo si riconduce ad una bellezza oggettiva derivata da canoni ben precisi, come emerge nelle Tusculanae Disputationes di Cicerone: “«un’armonia –per quanto riguarda il corpo– delle membra ben proporzionate, unita a un bel colorito». Infine la venustas, perfezione di bellezza intesa non soltanto nell’ideale di armonia delle forme e dei lineamenti, ma anche nella grazia, nella leggiadria, nella raffinatezza e nella compiutezza. La Venus per eccellenza è infatti Venere, dea dell’amore e della bellezza. Ricordando il concetto di καλακογαθια greca, Publio Virgilio Marone, poeta romano del I secolo a.C., sembra ereditarlo e declinarlo secondo i mos maiorum romani e il gusto proprio dell’età augustea. Nell’Eneide, si osserva ancora l’ideale di uomo perfetto nella piena corrispondenza tra splendore fisico e nobiltà d’animo. E così Enea è l’eroe che incarna il più alto valore della pietas: devozione, rispetto per il volere degli dei, rispetto per gli altri uomini, estremo senso del dovere, lealtà e dedizione al bene comune e onore per la propria famiglia. Pietas e virtus, intesa come integrità, coraggio, forza che spinge l’uomo a superare se stesso allora si identificano nella  sua figura e determinano la sua natura “divina” che è essa stessa portavoce di bellezza. Successivamente, sarà diversa la concezione di Seneca che supera la mera dimensione fisica della “bella apparenza” e scava sempre più nell’interiorità e nell’animo dell’uomo. Nelle Naturales Quaestiones scrive infatti “Nessun corpo è bello se l’anima è deforme; l’anima splendida, invece, adorna e rende bello anche il corpo più umile”. La bellezza materiale, la forma di cui sopra, è un inganno passeggero: “Forma bonum fragile est” – La bellezza fisica è un bene fragile. Seneca in più passi riconduce quella che è la symmetria delle membra alla condotta di vita. Un’anima è bella quando è coerente, stabile e priva di contraddizioni interne. Nelle Lettere a Lucilio scrive ancora: “Non è bello colui del quale si lodano le gambe o le braccia, ma colui nel quale ammiri l’aspetto intero, così che svanisce l’ammirazione per le singole membra”. Dunque l’uomo saggio è colui che riesce a mostrare bellezza non solo nei singoli gesti isolati ma di cui si possa dire che l’interezza della sua vita è stata vissuta secondo ragione e virtù. Ancora di più la bellezza dimostra la sua insita natura etica. Anche Ovidio nell’Ars Amatoria ricalca questa visione scrivendo “La bellezza (qui intesa come forma) è un bene fragile, e più passano gli anni più diminuisce, consumata dal suo stesso scorrere. […] Coltiva lo spirito, che dura fino alla vecchiaia”, un monito a guardare dentro di sé, al proprio valore, alla propria saggezza, gli unici beni capaci di non sfiorire.

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